Caso Telegram: le chat degli orrori

Manlio Adone Pistolesi

Telegram ritorna tristemente protagonista delle cronache italiane. La famosa app di messaggistica istantanea nasconde al suo interno numerosi gruppi dove il revenge porn, la pedopornografia, la violenza psicologica e la violazione della privacy proliferano senza alcun controllo. A distanza di un anno una nuova indagine di Wired, attraverso la penna di Simone Fontana, rivela l’inferno amaramente reale che si nasconde tra nickname e chat crittografrate. 

Telegram, tra stupri virtuali e la mercificazione di minori e donne

Telegram non è nuova a questi gruppi. L’anno scorso sempre Wired aveva compiuto una catabasi all’interno delle chat incriminate. Gli iscritti banchettavano tra immagini pedopornografiche, richieste di revenge porn e addirittura di video che riprendevano stupri e molestie di gruppo. Come quelle subite da Carolina Picchio, 14enne di Novara, suicidatasi nel 2013 in seguito alla persecuzione subita dopo la pubblicazione di tale materiale. I colpevoli? Impuniti.

Wired torna a trattare di questi gruppi con un articolo dello scorso venerdì 3 aprile, firmato da Simone Fontana. Il giornalista ha seguito le chat per circa un mese, dal 19 febbraio. I numeri sono cresciuti esponenzialmente, dai 20mila iniziali ai 43mila attuali. Il gruppo è strutturato in 21 canali dove ogni nefandezza trova espressione. Non vi è bisogno di inviti, tutti sono accessibili. Al loro interno veri e propri branchi invitano gli utenti a condividere con il gruppo immagini e video intimi delle loro ex, di minori e anche di ragazze a caso su Instagram. Ma tutto ha un valore. Il filmato più amatoriale e privato viene apprezzato di più di un contenuto social accessibile a tutti. 

Negli oltre 30mila messaggi giornalieri si legge: “Chi ha dodicenni?”; “Mentre il 90% mette merda, io metto una bella tredicenne”; “scambiare pedo”. Le chat non ospitano solo minorenni e non, ma anche padri di famiglia che esibiscono come trofei le proprie figlie, per darle in pasto ai commenti, e non solo, del branco. Infatti un utente scrive: “un tributo di mia figlia quindicenne, possibilmente adulti…gli ho rubato il cell”, intendendo di inviare al gruppo la prova dell’avvenuta masturbazione sul contenuto condiviso.

Il branco non vuole distruggere solo la donna nella sua persona e intimità, ma anche il tessuto sociale intorno a lei. Una donna bresciana, le cui foto e numero erano stati condivisi nel gruppo, è stata licenziata dal suo studio dopo che gli utenti ne intasavano le linee telefoniche. 

Perché Telegram?

Come riportato da un articolo di Money, Telegram sembra essere l’app di messaggistica più sicura per la protezione dei propri dati personali:

Per forzarci a consegnare qualsiasi dato sono necessari parecchi ordini dai tribunali di diverse giurisdizioni. Nessun governo o insieme di governi con la stessa mentalità può ostacolare la privacy e la libertà di espressione delle persone. A oggi, abbiamo divulgato 0 byte di dati a terzi, inclusi i governi [dalle FAQ di Telegram, ndr].

L’app utilizza la tecnologia end-to-end (E2E) per crittografare i messaggi scambiati dagli utenti — metodo impiegato anche da Whatsapp — ma sembra che non vi sia un controllo strutturato e centrale.

Anche per questo Iran, Russia e Cina hanno vietato il download dell’app. Come scordarsi poi il niet di Telegram alla richiesta francese di un maggiore controllo e accessibilità ai suoi server in seguito agli attentati terroristici?

La difesa via social

L’articolo di Simone Fontana sugli orrori che Telegram cela ha scatenato la reazione dei social. Numerose vittime vogliono raccontare la propria storia in seguito alla scoperta di immagini personali sui sopracitati gruppi. Fedez, in seguito alla segnalazione dei suoi followers, ha twittato di aver segnalato il tutto alla polizia postale. L’avvocata Cathy La Torre, impegnata nell’iniziativa Odiare ti costa dell’associazione Pensare sociale, ha ricevuto decine di testimonianze e denunciato il tutto alle forze dell’ordine.

Il tweet di Cathy La Torre

Andrea Catizone, esperta di diritto della famiglia e dei minori, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica. L’europarlamentare Pina Picierno ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea.

Il tweet di Pina Picierno

Come ci protegge la legge?

I reati compiuti nelle chat di Telegram sono numerosi: condivisione di contenuti pedopornografici, violazione della privacy, stalking, cyberbullismo, revenge porn. Quest’ultimo ha ottenuto un riconoscimento penale lo scorso luglio: reclusione fino a 6 anni e multa dai 5mila ai 15mila euro. Per quanto riguarda la pedopornografia la legge — art. 600-ter c.p. — prevede per chi diffonde tale materiale reclusione fino a tre anni e multa da euro 1.549 a euro 5.164.

Non ricordiamoci di essere uniti unicamente di fronte a calamità che colpiscono tutti indistintamente. Perché le ultime vicende legate a Telegram feriscono ugualmente la nostra società sebbene, apparentemente, le vittime siano solo le donne. Quando una parte della società è danneggiata e vilipesa la risposta e l’impegno devono essere univoci, perché tutti ne siamo vittime. Come non devono esistere differenze di genere, anche la difesa dell’altro sesso non deve conoscere confini.  

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