Coronavirus, l’analisi del professor Roberto Diodato

Davide Chindamo

In questi mesi, il Coronavirus ha dato il via a inchieste, indagini e ricerche. Commenti e opinioni hanno tempestato web e carta stampata, talvolta sbaragliando certezze, talvolta confermando ipotesi assurde.
Ma i protagonisti del mondo accademico, come il corpo docente, come starà vivendo questa pandemia? I professori universitari, inevitabilmente coinvolti in questo marasma, che idea si sono fatti?
Il professor Roberto Diodato, docente ordinario di Estetica presso l’Università Cattolica di Milano e presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Lugano, ha risposto ad alcune domande sull’emergenza COVID-19. Grazie a senso critico e acume, sicuramente non comuni, il professore offre numerosi spunti di riflessione circa libertà, rapporto con gli altri e ruolo della filosofia.

Professor Diodato, il COVID-19 è forse la catastrofe peggiore nel dopoguerra, sotto tanti punti di vista. Però, nonostante questa pandemia si sia rivelata tragica e nefasta, si potrebbero riconoscere comunque degli aspetti positivi, nati proprio da questo inferno? Potremmo cogliere qualche fiore dal male?

La prosperità che conduce all’indifferenza

Possiamo prendere avvio dal Salmo 49 che ci dice: “Nella prosperità l’uomo non comprende”. Molte tra le persone che negli ultimi sessant’anni sono nate nel cosiddetto Occidente industriale avanzato, io per esempio e i miei figli, sono vissute nella prosperità. Questo ci ha consentito di vivere le tragedie umane, che certamente nel mondo continuavano ad accadere, soltanto per televisione, come qualcosa di lontano da noi. Innumerevoli crudeltà, impressionanti forme di sfruttamento sono state per noi avvenimenti lontani, tutto sommato cose di un altro mondo, qualcosa di cui ci potevamo non curare.

Una figura nuova: l’uomo consumatore

In questo periodo abbiamo potuto concentrarci su noi stessi, sui nostri desideri, al punto di ridurre il nostro personale sentire: sentire noi stessi, il mondo, gli altri, a non essere altro che la ripetizione del già sentito, di un immaginare, gustare, provare emozioni e sentimenti costruito altrove da dispositivi potenti. Da pervasivi intrecci tra saperi e poteri, che hanno come obiettivo fondamentale il profitto e il potere in funzione del profitto e per raggiungere il quale producono in noi una gioia insieme costante ed effimera, una perenne insoddisfazione felice. Siamo così diventati una specie nuova: l’uomo consumatore. E come tale abbiamo depredato senza remore l’ambiente e sfruttato senza pietà i più deboli, cercando in tutti i modi, anche i più raffinati e intelligenti, di rimuovere e anestetizzare il nostro senso di colpa.

L’uomo e il suo essere fragile

La domanda è: continueremo a farlo? Con l’avvento del virus siamo stati costretti ad accorgerci, a livello personale e collettivo, della nostra fragilità. Siamo stati costretti ad accostarci alla nostra impotenza (non direi alla nostra finitudine, parola chiave per dire l’umano nella grande filosofia del Novecento ma che dice un rapporto con l’infinito che qui non vedo). Semplicemente abbiamo paura di essere contagiati, e guardiamo gli altri con sospetto, abbiamo paura di morire, facciamo fatica a gestire la nostra solitudine o i rapporti interpersonali in uno spazio ristretto.

La dicotomia spazio-tempo e l’autenticità dell’esistenza

La percezione dello spazio e del tempo un pochino si modifica, lo spazio si restringe, il tempo si dilata. Alcune cose hanno meno valore. L’ansia per l’incertezza del futuro assedia alcuni di noi, talvolta i ricordi diventano più vivi, le relazioni personali vengono messe alla prova, oppure si sente la mancanza del rapporto tra i corpi. Percepiamo un po’ di più il peso del tempo e dello spazio, il peso delle cause e degli effetti, alcune droghe sono provvisoriamente venute meno. Ci accostiamo forse, almeno se non siamo gettati nella disperazione per motivi economici o di salute, alla possibilità di un’esistenza un poco più autentica. Abbiamo forse più possibilità di percepire l’altro.

Gli ultimi e i dimenticati: l’esempio di Los Angeles

Una delle immagini che non potrò dimenticare è quella del parcheggio di Los Angeles trasformato in dormitorio per i senza tetto. Oggi più che mai la situazione estrema delle persone senza fissa dimora ci interpella. Oggi per via della pandemia sentiamo la mancanza dei raccoglitori di frutta e verdura, e allora cominciamo a renderci conto di chi fossero quelle persone che contribuivano a raccoglierle per il nostro consumo quotidiano. Un esercito di schiavi, accampati a migliaia in baraccopoli indegne degli animali, situate spesso vicino a ridenti cittadine italiane, per nulla nascoste, visibili a tutti e in balia di persone senza scrupoli. Non sono ottimista, la penuria delle risorse rende disperati e quindi più competitivi e più cattivi, ma sempre all’interno di un mondo in cui alcuni, come anche ora sta accadendo, senza parlare semplicemente fanno ciò che sentono essere il loro dovere.

Dal punto di vista deontologico, come si pone il filosofo di fronte ad una problematica così vasta, che annienta ogni certezza e preclude ogni soluzione? Qual è il modus operandi dell’intellettuale al cospetto di una catastrofe simile?

La lezione de Il generale Della Rovere di Rossellini

Modus operandi? E’ molto semplice e comune a tutti: cercare di riflettere su ciò che ci circonda, a partire dalle occasioni anche fortuite; in questi giorni sto rivedendo alcuni film del cosiddetto “neorealismo” italiano, tra questi un vecchio film di Roberto Rossellini, secondo me molto bello, Il generale Della Rovere. E’ la storia di una persona meschina, un piccolo imbroglione che vive di espedienti, col vizio del gioco.

La possibilità di scegliere e la libertà

Circostanze da lui non desiderate e tantomeno programmate lo portano a vivere un’esperienza eccezionale grazie alla quale comprende con evidenza quale sia il suo dovere. Questo sapere fa in modo che egli conosca di essere libero, di trovarsi di fronte allo straordinario potere di scegliere se aderire a quel che sente essere il suo, oppure di rifiutarsi a esso. L’evidenza del dovere lo conduceva così al suo potere di scelta, e al tempo stesso questa libertà faceva sì che il dovere avesse senso. Nel nostro film il protagonista sceglie di aderire ai valori che con chiarezza ha visto, e diventa così degno di essere umano. Sceglie di essere libero, e il suo libero arbitrio accade come libertà.

Il prossimo come fine e non come mezzo

Ora le nostre circostanze non sono affatto quelle terribili della guerra, della fine della seconda guerra mondiale come nel film di Rossellini. Eppure anche quelle che stiamo vivendo sono un fatto che interrompe l’ordinario e può diventare un’opportunità, un tempo opportuno che è possibile cogliere. Il dovere oggi ci parla almeno e immediatamente di responsabilità per la salvaguardia e per la cura di noi stessi e degli altri. Ci parla di un’attenzione che ci spinge a considerare l’altro come fine e mai unicamente come mezzo. Ma se appena percepiamo il nostro dovere, scopriamo la forza immensa della libertà.

La libertà e il suo immenso valore

Come dicevo la libertà è ciò che noi siamo. E’ proprio la nostra essenza, ma è anche un paradosso, perché ciò che la caratterizza è di essere insieme inizio e scelta. Inizio secondo due versanti: l’atto libero non ha causa, o, che è lo stesso, ha causa in se stesso; nulla lo precede causandolo come proprio effetto, e in questo senso è assoluto; al tempo stesso l’atto libero è inizio, inizio di qualcosa, di una novità.
Ma se fa avvenire qualcosa, l’atto libero è quindi sempre anche scelta, e tale scelta costituisce il senso, l’ambito dei significati. E questo avviene sempre a partire dalle circostanze in cui siamo immersi. Siamo gettati come siamo in un frammento dello spazio tempo, in mezzo a cose, eventi, situazioni che costituiscono l’orizzonte delle scelte possibili. E’ in questo orizzonte che diamo inizio a ciò che può avere senso per la nostra vita.

Terminiamo con un’ultima riflessione. La filosofia, nel XXI secolo, in un mondo così galoppante sulla scia del progresso, che valore assume?

La filosofia significa aver cura della luce

Se dovessi tradurre il significato, per dir così etimologico, del termine filosofia, direi: aver cura della luce. Il filosofo è colui che è attento alla luce. Del resto, per riprendere il titolo di un libro bello, Ogni cosa è illuminata, il problema è che difficilmente lo vediamo. Aver cura della luce, a volte si tratta di piccoli punti luminosi che appena intravvediamo, ci consente di vivere tra le ombre. Queste sono la nostra vita e non sono nulla di negativo.

Il filosofo, la ricerca e il suo invito al viaggio

Ciò vuol dire semplicemente che il filosofo, che non è il sapiente, non si stabilisce nella luce meridiana. Ha cura del suo apparire a tratti, ed è in continua ricerca. E’ attento, molto attento, a questa nascita del senso. vede che le cose, noi, i nostri cari, si illuminano e poi si spengono, nascono, si generano, e vanno nel nulla. Vede così che ogni singolarità è preziosa, e va curata nella sua precarietà. Certo la filosofia nasce da thâuma, dal colpo, dallo sconcerto, dalla paura. Vede che le cose, tutte, precipitano nel nulla: nasce dalla meraviglia per la loro fragile e irripetibile esistenza.
Ma il filosofo non propone un rimedio, non ricompone l’infranto, non è questo il compito della filosofia. Il filosofo avvisa i naviganti della luce che c’è nonostante tutto, e invita al viaggio.

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