Coronavirus negli USA: il déjà-vu europeo

Manlio Adone Pistolesi

Le ultime notizie sulla diffusione del Coronavirus negli USA non sono confortanti. Tutti gli Stati della federazione contano infetti e decessi. I focolai più importanti sono collocati agli antipodi del continente: la California sulla costa occidentale e lo Stato di New York su quella orientale. Ma la politica del Presidente statunitense, Donald Trump, ripercorre gli stessi ritardi e l’indifferenza che i capi di Stato europei hanno mostrato, nonostante il caso italiano. Un coordinamento federale tarda ad arrivare e anche le risorse sanitarie sono insufficienti. Alla domanda se imporrà un lockdown nazionale, Trump ha negato:

I don’t think we’ll ever find that necessary 

Come si espande il Coronavirus negli USA

Sull’east coast lo Stato di New York sta vivendo la situazione più difficile. Alle 20 di oggi scatterà il lockdown per l’intero Stato. Così ha deciso il Governatore Andrew Cuomo, per prevenire ulteriori contagi in una popolazione totale di 19 milioni di anime. Nella Grande Mela i medici hanno ipotizzato 750.000 contagiati senza adeguate limitazioni. Le maggiori restrizioni saranno riservate agli over 70 che potranno uscire per brevi momenti durante l’arco della giornata e solo indossando una mascherina. Ma molte attività resteranno aperte: farmacie, alimentari, meccanici, tintorie, cantieri e fabbriche. New York conta 6.211 positivi su un totale di 10 mila nell’intero Stato. In ogni ospedale vengono richiesti ventilatori, mascherine e posti letto.

Anche la California ha adottato misure simili a quelle italiane e newyorkesi. Un modello matematico ha elaborato che, se non si rispetteranno le norme, in otto settimane verrà contagiato il 56% della popolazione: 25 milioni di californiani. Intanto si ipotizza la possibilità di inviare navi ospedali a New York e a San Francisco. 

Nella giornata di venerdì anche il Governatore del Connecticut ha emanato direttive sul modello californiano e newyorkese. Mentre Florida, New Jersey, Illinois, Nevada chiudono le attività meno essenziali. La sensazione è che ogni Stato proceda in ordine sparso, come per quello di Washington che ha allestito un proprio ospedale da campo. 

Anche le primarie democratiche hanno dovuto subire una battuta d’arresto.

La lotta statunitense al COVID-19

La settimana scorsa, con il Coronavirus ormai negli USA, Trump ha dichiarato lo stato di emergenza. Ciò ha liberato 50 miliardi di dollari, impiegati nella sperimentazione e diffusione dei test per il Coronavirus, grazie a grandi catene come Walmart e Target. Nel frattempo il Presidente ha coinvolto anche il mondo digitale: Google, attraverso domande e risposte, guiderà chiunque manifesti dei sintomi al centro più vicino per il tampone.

Trump ha vietato qualsiasi viaggio intercontinentale da e per l’Europa, nel tentativo di evitare l’importazione di ulteriori casi positivi. Infatti il sistema sanitario statunitense ha un rapporto tra numero di letti d’ospedale e abitanti molto basso: 2,8 ogni 1000 abitanti (l’Italia, prima dell’emergenza, ne aveva 3,2 ogni mille).

Intanto Trump ha cercato di acquistare il brevetto di un vaccino da un’azienda farmaceutica tedesca, CureVac,  per un miliardo di euro. L’intervento europeo ha scongiurato il piano di Trump, che voleva garantirsi l’esclusiva di un ipotetico vaccino. La CureVac ha inoltre ricevuto un finanziamento di 80 milioni di euro.

A livello economico il tycoon ha varato un piano da 1000 miliardi di dollari a sostegno dei singoli e del sistema imprenditoriale e aziendale. Per alcuni esperti sarà necessario il doppio per scongiurare un tasso di disoccupazione del 20%. 

La ricerca non conosce sosta, a Seattle al Kaiser Research Institute hanno avuto inizio i primi test di un vaccino su volontari umani. 

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