Dostoevskij: le scelte spinose dell’UniMib

Lorenzo Tosi

Ha suscitato grande scalpore la decisione dell’Università degli Studi Milano-Bicocca di rimandare un seminario tenuto dallo scrittore Paolo Nori su Fëdor Dostoevskij. In seguito alle accuse di censura sollevate contro l’Ateneo, il prorettore ha parlato di un “malinteso”, confermando lo svolgimento del corso e affiancandolo allo studio di alcuni autori ucraini.

“Non condivido questa idea che se parli di un autore russo devi parlare anche di un autore ucraino, ma ognuno ha le proprie idee. Se la pensano così, fanno bene. Io purtroppo non conosco autori ucraini, per cui li libero dall’impegno che hanno preso e il corso che avrei dovuto fare in Bicocca lo farò altrove”. Ha scritto Nori in un post su Instagram.

Il genio di Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij è stato uno degli autori centrali della letteratura e filosofia dell’Ottocento. Lo scrittore russo ha sviscerato nei suoi romanzi profonde riflessioni sull’animo umano, come l’angoscia; la necessità della redenzione; il valore della religione e le convenzioni sociali dell’epoca.

Perchè, quindi, scegliere di rimandare un corso su un autore ottocentesco a causa della situazione attuale? Il prorettore dell’Università Maurizio Casiraghi ha dichiarato in un’intervista a Radio Popolare che la decisione di ritardare il seminario su Dostoevskij di qualche settimana è stata funzionale alla ristrutturazione del percorso didattico, introducendo altri aspetti, come l’affiancamento dello studio di alcuni autori ucraini. Il prorettore ha parlato, insomma, di un ampliamento dell’offerta formativa, non certo di un’eventuale censura.

Ampliamento o censura?

L’Ateneo ha respinto categoricamente le accuse di censura, confermando però la volontà di ritardare l’inizio del seminario su Dostoevskij per metterlo in relazione con alcuni letterati ucraini. Ma è davvero la scelta migliore?

È interessante osservare come, a causa dei terribili eventi di queste settimane, l’UniMib abbia optato di “ampliare” un corso incentrato soltanto su un autore russo ottocentesco. Eppure, nonostante le motivazioni avanzate dal prorettore, emergono alcuni aspetti su cui è opportuno riflettere.

Innanzitutto, il fatto che lo studio di Dostoevskij, in quanto russo, debba essere affiancato a degli autori ucraini. Ma come si può pensare di correlare un letterato dell’Ottocento alle scelte politico-militari dell’attuale classe dirigente russa? Il docente universitario Claudio Giunta ha scritto recentemente in un articolo sul Post che il problema risiede nella piega che ha assunto negli ultimi anni l’istruzione umanistica: “Le cose (libri, quadri, eventi storici) sono ineffabili in sé, prese da sole, e si capiscono solo se messe in relazione con altre cose: principio anche sensato, ma che diventa assurdo quando pretende di trasformare ogni evento umano e ogni prodotto culturale in materia di dibattito”.

È senza dubbio importante ricercare nel passato elementi del presente, a patto che venga fatto con cognizione di causa. Claudio Giunta ha messo bene in luce questo aspetto, osservando come si sia scelto di “ampliare” un seminario su Dostoevskij – includendo un punto di vista ucraino – per il solo fatto che fosse russo.