E se potessimo modificare i ricordi?

Martina Pastori

Nel 1992, sul New Yorker uscì un racconto di George Saunders, Offloading for Mrs. Schwartz. La storia tratta di un impiegato in un futuristico negozio di esperienze olografiche che, scansionando il cervello del rapinatore che ha appena messo fuori gioco, ne elimina accidentalmente i ricordi d’infanzia. L’errore lo lascia inorridito… finché il rapinatore non riprende conoscenza, e, libero dai ricordi dolorosi, sorride e se ne va inconsapevole di tutto, non più rapinatore. (Spoiler alert.) In conclusione, l’impiegato decide che si vive meglio da smemorati, e provvede a epurare anche la propria memoria.
Da Saunders a Eternal Sunshine of the Spotless Mind (i cui protagonisti, un tempo innamorati, decidono di escludersi dalla memoria l’uno dell’altra), le arti visive hanno spesso e volentieri fantasticato sul tema della cancellazione dei ricordi. Che, se già possibile a certe condizioni, ad alcuni non sembra etica o addirittura utile, e da altri, invece, è temuta per le sue ripercussioni – ancora da indagare – sulla mente umana.
E se, invece, fosse possibile manipolare i ricordi, senza eliminarli, ma semplicemente plasmandoli a nostro piacimento?

Lo studio dell’Università di Bologna

Svolta epocale, in questa direzione, il recente esperimento del Centro studi e ricerche in Neuroscienze Cognitive dell’Università di Bologna, di cui si può leggere nel dettaglio sulla rivista Current Biology.

Lo studio ha coinvolto novantotto soggetti sani, nei quali dapprima è stato generato, mediante il ricorso a lievi scariche elettriche, un ricordo aversivoansiogeno, nel linguaggio della psicoterapia. L’indomani, metà dei partecipanti sono tornati nella stanza del giorno precedente, così da rievocare il ricordo spiacevole; quindi, tutti e novantotto sono stati sottoposti a Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS), un protocollo non invasivo utilizzato in ambito riabilitativo. Come funziona? Complice una bobina appoggiata sul cranio, la TMS permette di creare un campo magnetico tale da disturbare l’attività di specifiche aree cerebrali.
Infine, entrambi i gruppi sono tornati nella stanza del primo giorno. Il risultato è stato sorprendente: il gruppo sottoposto a TMS senza previa riattivazione del ricordo ha mostrato una peggiore risposta psicofisiologica allo stimolo. Negli altri, invece, si è registrato un impatto ridotto, benché il ricordo fosse intatto.

In parole povere: la TMS aveva separato i ricordi riattivati dalla paura.

Il contributo del Ministero della Salute

Appena formati, o rievocati, i ricordi sono labili, e dunque modificabili“, spiega Giuseppe di Pellegrino, che ha coordinato l’esperimento. “Noi parliamo di una finestra di suscettibilità, ed è su quella che abbiamo interferito. Il vero traguardo è aver individuato dove esattamente questa finestra si collochi: nella corteccia prefrontale, sulla quale si può intervenire con la TMS.”

Una scoperta che ha assicurato a Sara Borgomaneri, prima autrice dello studio, un contributo dal Ministero della Salute. Lo scopo? Approfondire eventuali applicazioni del protocollo a individui affetti da fobie o da stress post-traumatico, anche alla luce delle pressanti ripercussioni del lockdown.
Verso un futuro in cui dei ricordi l’uomo possa non solo fare tesoro, ma anche servirsi, complice la scienza, per curarsi.

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