Europa e ricerca: Lucia Corno

Poche sono le cose che possono attraversare confini e unire popoli e nazionalità. Una di queste è la scienza o in senso più largo la ricerca.

Dal 2014 fino al 2020 l’UE finanzierà il suo programma più importante nell’innovazione e ricerca: Horizon 2020, con 80 miliardi di euro. Una parte di questi investimenti confluisce nelle borse di studio (grants) fornite dall’ERC (European Research Council) e articolate in quattro formule: Starting, Consolidator, Advanced e Sinergy.
Le Starting Grants sono disponibili per coloro che hanno accumulato un’esperienza dai 2 ai 7 anni dopo il dottorato. Il finanziamento per ogni ricerca è di €1,5 milioni per 5 anni, con la possibile aggiunta di un milione per costi straordinari.
Quest’anno l’UE ha stanziato €621 milioni per 408 ricercatori di 51 nazionalità diverse. L’Italia è terza per numero di ricerche (37), con davanti la Francia (38) e la Germania (72).

Tra i vincitori c’è la dottoressa Lucia Corno, professoressa di Economia dello sviluppo in Cattolica ed executive director del LEAP (Laboratory for Effective Anti-poverty Policies) in Bocconi.

Ricerca e società

La sua ricerca di cosa tratta? Quali sono i campi di applicazione?

Il titolo della mia ricerca è “Harmful Traditions, Women Empowerment and Development” e studierà le cosiddette norme sociali dannose, come la mutilazione genitale femminile, i matrimoni precoci e lo stiramento del seno, molto diffuse in alcuni Paesi africani, anche con tassi superiori all’80%. Queste pratiche hanno conseguenze devastanti sulla salute e istruzione delle donne con conseguente perdita di capitale umano, dato che le vittime sono ragazzine tra i 3 e i 16 anni circa.

La letteratura economica se ne è occupata poco, tralasciando due domande ancora aperte, sulle quali fonderò la mia ricerca: 1. Qual è l’origine di queste tradizioni e perché persistono?; 2. Possiamo pensare ad interventi di policy per cambiarle?. La legislazione finora non ha funzionato. Nella maggior parte dei Paesi africani ci sono leggi contro il matrimonio precoce e la mutilazione genitale femminile ma nonostante ciò l’incidenza è molto alta. Le ragazze mutilate non frequentano la scuola per almeno un anno; l’impatto economico, oltre che umano, è ovvio. Il fenomeno però non è mai stato analizzato con gli strumenti tipici dell’economia: raccolta dati originali e analisi empirica, per esempio.

La ricerca finanziata dall’ERC mi occuperà per cinque anni nei quali andrò a lavorare insieme a cinque miei collaboratori in Burkina Faso, Camerun e Sierra Leone. In ogni Paese proporrò un intervento mirato ad arginare queste atrocità.

In Sierra Leone, per esempio, la mutilazione genitale femminile, che è legale, è parte di un rito di iniziazione delle adolescenti all’età adulta. Le ragazze vengono mandate in una foresta per circa un mese dove le donne più anziane del villaggio insegnano loro come diventare delle “brave” mogli e madri. Durante la cerimonia vengono mutilate. Questo rito in Sierra Leone si chiama Bondo.

Perché fanno ciò? Perché nel momento in cui queste ragazze partecipano a questo rito entrano a far parte delle cosiddette “società segrete” (Bondo Society), istituzioni molto radicate che garantiscono un network di appartenenza e una sorta di insurance per il futuro. Coloro che non accettano il Bondo rimangono escluse.
L’idea dell’intervento che proporremo insieme a una ONG locale è mantenere la cultura e l’identità di queste comunità con il rito tradizionale ma rimuovere la parte più dannosa, cioè la mutilazione. A questo intervento di policy abbiamo dato il nome di “Bondo without cutting”.

L’Italia naturalmente da un punto di vista economico e sociale è decenni avanti ai Paesi nei quali interverrà. La violenza, fatti di cronaca esclusi, sembra però essersi fatta più subdola e sottile mascherandosi come stereotipo o usi e costumi. A che punto siamo e dove andiamo?

Ovviamente l’Italia ha fatto dei progressi sulla parità di genere ma è ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi europei. Il fenomeno della violenza di genere è molto complicato poiché i dati sono molto scarsi ed è molto difficile raccoglierli in maniera sistematica. Inoltre c’è il problema del “Missed reporting”, le donne che non riportano quanto accaduto. In Italia tutto il fenomeno è stato studiato molto poco. È difficile dire dove stiamo andando senza avere dei dati concreti.

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