Gender data gap: la disparità di genere è una realtà

Greta Maggi

La disparità di genere è un tema decisamente attuale, non solo nel nostro Paese, ma anche nel resto del mondo. Il gender data gap mostra il divario di dati a disposizione tra donne e uomini in diversi ambiti, come la vita quotidiana, sociale e lavorativa.

Un mondo a misura d’uomo

La lingua, l’urbanistica, l’economia, la scienza, i film, la musica. Tutto è a misura d’uomo, perché è spesso l’uomo medio il soggetto preso in considerazione nella raccolta dei dati.

Oggigiorno l’intelligenza artificiale è sempre più importante e utilizzata: dalla formulazione di diagnosi, all’esaminazione di curriculum. Se i parametri di cui si serve sono lacunosi, si rischia di incorrere in risultati parziali e non veritieri per la totalità della popolazione. E se gli algoritmi sono protetti (perché software proprietario), non è dato sapere se è stato preso in considerazione un dato quanto più omogeneo possibile.

Come spiega Caroline Criado Perez nel suo libro Invisibili, fino al 2011 il manichino di un uomo medio, 1.77 cm di altezza per 76 kg di peso, è stato utilizzato nella progettazione delle misure di sicurezza di un’auto. Successivamente, è stato introdotto un “manichino donna” che non è altro che una misura scalata di quello “uomo”.

Non tenere conto di dati come la massa corporea media di una donna, la diversa postura alla guida o le taglie di seno può portare a progettazioni sbagliate, non sicure o “semplicemente” scomode per le guidatrici.

Per questo motivo le donne hanno il 17% di probabilità in più di perdere la vita in caso di incidente stradale.

Anche la temperatura standard degli uffici è calcolata secondo il metabolismo di un uomo medio di 70 kg. La formula sovrastima il tasso metabolico femminile del 35%: in media gli uffici sono cinque gradi troppo freddi per le donne.

Questo divario di dati di genere non è malevolo, né premeditato. È il risultato di un modus operandi che non prende in considerazione le donne e le loro caratteristiche fisiche e metaboliche.

Da dove proviene il gender data gap?

Gli uomini sono l’essere umano default. Infatti, il concetto di “uomo se non indicato contrariamente” proviene da questa considerazione. Tuttavia, il permanente collegamento tra le parole “persona” e “uomo” si innesca a partire dalla lingua.

In una lingua come l’inglese, che non ha declinazione di genere, si aggiunge female davanti al nome quando si tratta di una donna, e nulla quando si tratta di uomo. Perché, quando non specificato, si suppone che si parli di un uomo.

Nel 2017 fu nominata Dany Cotton come prima donna a capo dei vigili del fuoco di Londra. In seguito alla sua nomina venne suggerito di sostituire fireman con firefighter, ora termine standard. Dany Cotton è stata più volte criticata e ha ricevuto molte minacce via e-mail, per un adattamento neutrale della lingua.

Nella lingua italiana, come in quella francese o tedesca, i nomi hanno declinazioni di genere. Spesso, in italiano, nonostante esista sia la forma femminile che maschile, si fa comunque uso del maschile generico. Inoltre, anche quando ci si riferisce a un gruppo di persone, anche se le componenti sono tutte di sesso femminile e solo una di sesso maschile, è spesso utilizzato il maschile generico. 

Il mondo del lavoro: genitorialità e occupazione

Nel mondo del lavoro molti sono gli aspetti su cui bisognerebbe soffermarsi. Dalla non equità salariale, allo stigma sociale dell’uomo capo, fino allo stile di vita differente. In molti Paesi del mondo, anche in quelli dove la maternità è tutelata, dopo la nascita di un figlio la madre vede peggiorare la propria situazione lavorativa.

Spesso le madri passano da un contratto a tempo pieno a un part-time, e a volte rinunciano alla propria carriera a favore dell’accudimento domestico. Un lavoro gratuito che coinvolge e penalizza principalmente le donne e che, se fosse più equamente distribuito tra i partner, andrebbe a gravare meno sulla condizione lavorativa femminile.

Le misure di sostegno alla genitorialità da parte dello Stato potrebbero diminuire il divario uomo-donna nel mondo del lavoro, ma non lo eliminerebbero del tutto. Sostenere la maternità, potenziare le strutture per accogliere i bambini in età pre-scolare, gli asili nidi, o incrementare il periodo di congedo di paternità, sono solo alcune delle misure adottabili.

In Italia il congedo di paternità è stato portato da cinque a sette giorni solo nel 2020, con l’ultima legge di bilancio. In Svezia, ogni genitore ha diritto a 240 giorni di congedo retribuito. Quest’ultimo è infatti nella Top 5 tra gli Stati con il minor divario di genere.

Anche la disparità di genere nei dipendenti è un tema da non sottovalutare. Osservando i dati presentati da la Repubblica, si può evincere il disequilibrio nella distribuzione di lavoratori e lavoratrici nelle Università milanesi. L’analisi, che riguarda la distribuzione di lavoratrici nelle sei Università di Milano, mostra che le docenti donne e ricercatrici negli atenei del capoluogo lombardo sono ancora poche. L’Università Iulm ha la quota più alta (47,2%), seguita da Cattolica (46,2%) e Statale (42,4%). All’ultimo posto il Politecnico, con solo il 23,9% di corpo docente femminile. 

Percentuale donne docenti negli atenei milanesi

In nessuna delle Università meneghine la percentuale di donne docente equivale a quella maschile

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