Giuramento fascista: i 12 che si opposero al Regime

Lorenzo Tosi

Furono 12 su 1225 i docenti universitari che si rifiutarono di prestare il giuramento fascista, perdendo di conseguenza la cattedra. Il loro gesto – simbolo di grande coraggio e coerenza con i propri ideali – non deve passare affatto in secondo piano.

L’art. 18 del Regio Decreto n. 1227

Il 28 agosto 1931, agli inizi dell’anno accademico 1931-1932, venne pubblicato il Regio-Decreto Legge n. 1227, al cui articolo 18 fu imposto dal Regime l’obbligo del giuramento “alla patria e al Regime“:

Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio d’insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria ed al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concilii coi doveri del mio ufficio.

Dal Regio-Decreto Legge n. 1227

Ma soltanto dodici docenti su oltre milleduecento scelsero di non sottoscriverlo. Essi furono:

  • Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Storia del cristianesimo, Università di Roma;
  • Mario Carrara (1866-1937), Antropologia criminale e Medicina legale, Università di Torino;
  • Gaetano De Sanctis (1870-1957), Storia antica, Università di Roma;
  • Giorgio Errera (1860-1933), Chimica, Università di Pavia;
  • Giorgio Levi Della Vida (1886-1967), Lingue semitiche, Università di Roma;
  • Fabio Luzzatto (1870-1954), Diritto civile, Università di Macerata;
  • Piero Martinetti (1872-1943), Filosofia, Università di Milano;
  • Bartolo Nigrisoli (1858-1948), Chirurgia, Università di Bologna;
  • Francesco Ruffini (1863-1934), Diritto ecclesiastico, Università di Torino;
  • Edoardo Ruffini Avondo (1901-1983), Storia del diritto, Università di Perugia;
  • Lionello Venturi (1885-1961), Storia dell’arte, Università di Torino;
  • Vito Volterra (1860-1940), Fisica matematica, Università di Roma.

Il giuramento fascista

Il Regio-Decreto n. 1227, voluto soprattutto dal Ministro per l’Educazione Nazionale Balbino Giuliano – su influenza del filosofo Giovanni Gentile – è da considerare una limitazione significativa dell’autonomia accademica, in quanto appare evidente l’asservimento al Regime da parte dell’ambiente universitario.

Nel 1925 – tre anni dopo la Marcia su Roma di Mussolini – l’Italia assistette a uno scontro aperto tra fascisti e antifascisti riguardo l’autonomia delle Università: il 21 aprile Giovanni Gentile, su richiesta di Mussolini, sottoscrisse un manifesto in cui espresse la volontà di combattere un’Italia “decadente, individualista e asservita al particulare”. Di conseguenza, fu immediata la risposta degli intellettuali antifascisti: il 1⁰ maggio Benedetto Croce pubblicò un manifesto di replica, dove sottolineò sdegno e preoccupazione nei confronti dei traditori dell’autonomia della cultura e di chi “pretenderebbe piegare l’intellettualità a funzioni di instrumentum regni”. Gli Atenei di tutta Italia sottoscrissero in maniera compatta il manifesto di protesta.

Dopo sei anni, complice la fascistizzazione statale e un conformismo sociale e civile sempre più invadente, la situazione mutò completamente. Di conseguenza, non ci fu alcun moto di protesta in seguito alla pubblicazione del Regio-Decreto n. 1227. I dodici docenti che rifiutarono ufficialmente di firmare l’atto di giuramento vennero perciò allontanati dalla cattedra. Alcuni andarono all’estero mentre altri rimasero in Italia e ritornarono nel mondo accademico in seguito alla caduta del Regime.

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