Il cambiamento climatico produrrà migranti climatici?

Maria Laura Campolo

Il cambiamento climatico è in atto e le conseguenze sono già visibili. Un fenomeno, di cui poco si parla e si conosce, legato alla crisi climatica, è rappresentato dalle “migrazioni climatiche”. Tuttavia, in Italia ci sono diversi corsi di laurea green che rappresentano uno dei settori trainanti nel mondo del lavoro.

Migranti climatici: chi sono?

I migranti climatici non sono personaggi immaginifici di un romanzo né tantomeno un’invenzione politica. Si tratta di persone costrette a fuggire da terre diventate inabitabili a causa di disastri naturali. Tra queste siccità, inondazioni, desertificazioni, uragani. A causa di questi fenomeni, la Banca Mondiale ha stimato nel rapporto Groundswell, Preparing for Internal Climate Migration che, entro il 2050, ci saranno 143 milioni di migrazioni climatiche. I paesi in via di sviluppo (come l’Africa Subsahariana) sono maggiormente a rischio perché non dispongono dei mezzi necessari per contrastare l’emergenza. Il fenomeno non farà altro che esasperare il gap economico tra paesi ricchi e paesi poveri, determinando anche una crisi alimentare.

Tuttavia, bisogna sottolineare che i fattori climatici interagiscono con altri fattori, ad esempio quelli sociali e politici. Un esempio esemplificativo: l’utilizzo di agricoltura intensiva provoca la desertificazione dei terreni e quindi una minore produttività agricola che influirà sulla probabilità di migrare. Quindi è difficile stabilire se si tratti di una migrazione climatica o economica. Motivo per cui è difficile prevedere una stima puntuale di migrazioni climatiche.

Il diritto internazionale tutela il “rifugiato climatico”?

I documenti del Diritto Internazionale che fanno riferimento alle migrazioni sono la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo relativo allo status di rifugiato del 1967. Il rifugiato è definito, dalla Convenzione stessa, come colui che fugge “a causa del fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per un’opinione politica”.

Dunque, non si parla ancora di “rifugiato climatico” poiché la stessa Convenzione non riconosce, attualmente, l’emergenza ambientale come causa di persecuzione. Tuttavia, resta inteso, che diversi rifugiati climatici migrano entro i confini del propro paese e non necessariamente all’estero.

Pertanto, lo scenario tenderà a peggiorare e sarà necessaria consapevolezza dei singoli stati provvedere ad adattare l’agenda politica per i successivi cambiamenti dettati da questa emergenza.

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