L’impatto del virus sulla lingua italiana

Martina Pastori

Sono tante le parole, nuove o non comuni, entrate velocemente nella nostra quotidianità più recente.

Altre, invece, hanno visto alterare il loro significato originario. Ecco come, ai tempi del coronavirus, il vocabolario italiano si è modificato e ampliato.

L’evoluzione delle lingue

Ormai è chiaro: nei libri di storia, il 2020 avrà un capitolo a sé, come il 1789, il 1918 o il 1945 – anni di cambiamenti, pur nella loro tragicità.

La nostra quotidianità si è trasformata, e di questa normalità inconsueta noi esseri umani dobbiamo (e sentiamo il bisogno di) parlare. Ma per descrivere situazioni nuove occorrono parole nuove o rinnovate, ed ecco che se ne coniano alcune, se ne recuperano di poco usate, se ne prendono in prestito di altre.

Il modo di esprimersi, oggi, si è adattato e continua ad adattarsi al contesto; come è sempre successo, come accadde anche, per esempio, nel lontano 1700, quando nacque l’improvvisa necessità di riferirsi a oggetti e concetti come macchina a vapore e lavoro a domicilio.
Insomma, al cambiare della vita cambiano anche le lingue, italiano in primis, complice la sua elasticità.

L’italiano impara da lontano

Fino a due mesi fa, chi avrebbe saputo sciogliere la sigla DaD? Quanti se ne erano serviti almeno una volta, o quanti avevano mai sentito parlare di e-learning o, ancora, di Zoombombing?

Oggi sappiamo che DaD sta per Didattica a Distanza e che è sinonimo di e-learning, inteso come l’apprendimento mediante corsi fruibili via internet. Con il termine Zoombombing si fa riferimento, invece, ad azioni di disturbo organizzate introducendosi nelle riunioni su Zoom, l’ormai celebre piattaforma web per le videoconferenze.

Parole come DaD, e-learning e Zoombombing, ora più pronunciate che mai, sono testimoni di un mondo nuovo, fatto di persone lontane eppure interconnesse, iperconnesse. Nel mondo di oggi si sta distanti gli uni dagli altri e si impara da lontano, e la lingua italiana si è tinta di sfumature impensate, in ambito di studio, ma non solo.

Come l’italiano convive con il virus

Pensiamo a come l’idea di distanza, in un momento di distanziamento sociale quale quello che stiamo attraversando, abbia assunto una curiosa connotazione positiva. Tutt’altro che positiva, invece, sembra stare diventando proprio l’accezione di positivo.

Per non parlare di tamponare, che in origine significava urtare un veicolo con un altro o chiudere una falla o una ferita, e oggi, invece, eseguire un tampone rino-faringeo. O dei prestiti inglesi lockdown, termoscanner e droplet; chi si sarebbe aspettato di usarli con tanta frequenza? O, ancora, di parole come picco, curva epidemica, contagi, pandemia, autocertificazione, mascherine, ventilatori polmonari, zona rossa, immunità di gregge.

E ancora di sigle come FFP2 e FFP3 (Filtering Face Piece 2 e 3), RSA (Residenza Sanitaria Assistenziale), DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), R0 (Erre zero); o anche COVID-19 (Corona Virus Disease).

Parole prima ascoltate di rado, forse mai pronunciate, ora necessarie per la convivenza con il virus. Vocaboli che danno prova della multiformità di una lingua come quella italiana, e che ci si augura di poter tornare presto a non sentire più così spesso.

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