La lettura riscoperta per evadere in noi stessi

Davide Maggioni

Una delle frasi meglio riuscite, e più celebri, di Umberto Eco riguarda la lettura: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.

La rivincita della lettura

Quanto valore ha la lettura nella società di oggi? Sarebbe forse il caso di riscoprirla, soprattutto in un momento di criticità che ci costringe a rinunciare a parte delle nostre libertà in cambio della salute?
È giunto, finalmente, il momento per questa nobile arte di essere messa di nuovo al centro della crescita di ogni persona, non solo scolasticamente e culturalmente.

Ora che siamo limitati nelle possibilità di relazionarci col mondo esterno, tocca al nostro ingegno trovare un modo per evadere dalla nuda e cruda realtà, fatta di numeri e statistiche, che ci circonda. La tecnologia ci offre svariate strade da intraprendere, tra cui le serie tv, i film oppure quei cari vecchi giochi con cui, da piccoli, si sfidavano i pixel di uno schermo a tubo catodico.
E se per una volta avessimo, invece, il coraggio di osare di più e intraprendere una vecchia strada, quella dei libri?

Perché una buona lettura e non una serie tv?

Si potrebbe, innanzitutto, ricordare come la lettura aiuta certamente a tenere la mente allenata, a migliorare il proprio lessico e a stimolare la memoria; però va tenuto in considerazione anche il valore storico-sociale e quello introspettivo, che rappresenta, forse, l’aspetto più interessante.

Molte opere offrono uno spaccato della loro epoca, attraverso la lente di osservazione che vuole fornire l’autore, e compiono un’abile descrizione e denuncia dei comportamenti, dei fatti storici, delle personalità di spicco; da queste, sempre leggendo con un occhio critico, è possibile imparare ed essere “nani sulle spalle di giganti”, in modo da vedere più in là.

Conosci te stesso

Archiviato l’ambito sociale e storico di apprendimento della realtà e dei fenomeni della vita, si consideri il proverbio greco che tutti conosciamo. Iscritto come massima religiosa sul tempio di Delfi, recitava γνῶθι σαυτόν” (conosci te stesso) e veniva guardato con un misto di sospetto e fiducia da chi cercava il responso divino.  

Questo deve essere l’approccio a un libro, capire quanto di noi ci possa dire. Affrontare “I promessi sposi” di Manzoni o una poesia di Leopardi, come “A Silvia”, senza una simile mentalità può limitarsi a puro esercizio mnemonico scolastico o al semplice gusto di poter dire “e anche questo lo abbiamo letto”, per poi riporre l’oggetto nella libreria fino al prossimo uso, se mai ci sarà.

Libro come mattone della cattedrale dell’uomo

Ma noi come uomini, e universitari, non dobbiamo limitarci a una collezione di opere lette o alla ricerca di cosa sia all’esterno di noi. Nostro compito è ricercare la nostra identità personale, necessariamente per sentirci realizzati a pieno nella società. Il libro non si offre solo come analisi introspettiva di un autore, ma anche come contributo alla realizzazione dell’humanitas.

Osiamo farci leggere

Leggere un libro non è dunque solo allargare i propri orizzonti o evadere dalla realtà, ma anche compiere un’indagine su sé stessi. Ogni libro corrisponde, così, a un piccolo tassello, un mattone da collocare nel progetto della cattedrale dell’uomo, il proprio io più recondito e segreto. E allora muniamoci di una matita, di un libro e cerchiamo di scoprire noi stessi in una ricerca che, in fondo, è la vita stessa.

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