Lavoro e futuro: la ricerca “The Working Future”

Maria Pilo

La società “Bain & Company” ha condotto una ricerca (“The Working Future: More Human, Not Less”) sul futuro del lavoro e delle nuove generazioni.

Bain & Company

La “Bain & Company” è un’azienda di consulenza fondata nel 1973 a Boston. Ha sede in 38 Paesi; in Italia ha un team di più di 500 persone che lavorano a Roma e Milano. La ricerca condotta dall’azienda ci offre degli spunti di riflessione sul mondo dei lavoratori. Lo studio è stato condotto su 20mila lavoratori di dieci paesi diversi (USA, Germania, Francia, Italia, Giappone, Cina, Indonesia, India, Brasile, Nigeria), che rappresentano il 65% del GDP globale.

Lavoro e pandemia

Un primo aspetto importante è la correlazione tra il lavoro e la pandemia. Infatti, abbiamo assistito alla crescita dello smart-working: un cambiamento significativo per la maggior parte dei lavoratori. Il 58% di questi afferma infatti che la pandemia li ha costretti a pensare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata. Inoltre, più del 25% dei lavoratori americani, tra febbraio 2020 e febbraio 2021, ha cambiato datore di lavoro. Di conseguenza la pandemia ha indotto molti lavoratori a riflettere sul proprio impiego. Proprio a causa di questo, molte aziende lamentano la mancanza di personale in ruoli chiave.

Lo studio ha dato origine a cinque campi d’indagine:

  • Il cambiamento delle motivazioni per lavorare;
  • Le convinzioni su cosa renda buono un lavoro sono discordanti;
  • L’automazione aiuta a ri-umanizzare il lavoro;
  • Il cambiamento tecnologico sta confondendo i confini delle aziende;
  • Le giovani generazioni sono sempre più stressate.

I risultati della ricerca

La ricerca evidenzia, in Gran Bretagna, la diminuzione delle ore di lavoro e l’aumento delle ore da dedicare al tempo libero. Inoltre, si assiste anche a un’altra tendenza: all’aumentare della ricchezza di un Paese, diminuisce il numero di lavoratori che vedono il proprio impiego solo come fonte di guadagno. Nel corso dello studio sono stati anche individuati 6 archetipi di lavoratori: Operators, Givers, Artisans, Explorers, Strivers, Pioneers. Questi archetipi ci aiutano a comprendere le differenti attitudini verso il lavoro.

Con il progresso tecnologico e l’automazione, si sono registrati cambiamenti sostanziali nelle occupazioni dell’uomo e nell’economia. Nel futuro, la tecnologia da un lato potrebbe costituire un grande aiuto, dall’altro si potrebbe assistere ad una diminuzione di determinate professioni, ad esempio il settore della vendita.

Il lavoro da casa

Un altro dato interessante riguarda lo smart-working. Infatti, nella primavera del 2020, durante il lockdown, negli USA la percentuale del lavoro da casa è cresciuta dal 5% al 60%. Anche nei mesi successivi, quando in molti hanno abbandonato il lavoro agile per tornare in ufficio, alcune aziende hanno permesso ai propri dipendenti di mantenere lo smart-working. Questo porta grandi vantaggi soprattutto alle aziende, in quanto permette di ridurre notevolmente i costi. Invece, per quanto riguarda i giovani, non possiamo parlare degli stessi vantaggi delle aziende. Molte famiglie, infatti, hanno trovato difficile gestire il proprio lavoro da remoto e l’apprendimento dei figli nei primi mesi della pandemia.

Tuttavia, si deve riflettere sulle conseguenze del lavoro da casa sulla produttività del lavoratore. Uno studio, condotto su 10mila lavoratori di una compagnia tecnologica asiatica, tra aprile 2019 e agosto 2020, ha evidenziato un aumento del tempo di lavoro da casa, ma senza un grande aumento nei risultati. Secondo i dati di “US Survey of Working Arrangements and Attitudes“, il 50% dei lavoratori ha rilevato un aumento nella produttività, ma il 71% lo connette al guadagno di tempo ottenuto non recandosi a lavoro di persona. Negli USA, il 37% dei lavoratori da remoto afferma di voler continuare con lo smart-working, mentre il 43% propone un modello “ibrido” e il 20% non tornerebbe allo smart-working.

I giovani

La ricerca mette in luce dei dati allarmanti per quanto riguarda la condizione dei giovani. Infatti, a causa del Covid-19, tutti hanno sperimentato l’isolamento e la mancanza di socialità. Dal 2019 al dicembre 2020, in America, il numero di americani che fanno i conti con un disturbo d’ansia è cresciuto dall’8% al 36%.

Il 61% degli under 35 afferma di essere preoccupato su molti aspetti, uno su tutti quello economico. Ad accrescere questa tendenza non è stata solo la pandemia, ma anche le ultime tensioni geopolitiche, il cambiamento climatico, la costante esposizione ai social network.

Inoltre, il 40% dei laureati sono impiegati in lavori che non richiedono una formazione così elevata. In Europa, invece, il tasso di disoccupazione giovanile è un dato spaventoso, tra tutti gli Stati spicca la Spagna (37%), l’Italia (29%) e la Francia (19%). Nei Paesi come la Cina, la Nigeria e l’Indonesia, i giovani lavoratori stanno sperimentando meno instabilità rispetto alle generazioni più grandi: in generali si mostrano più ottimisti verso il futuro rispetto agli Stati europei e agli USA.

I prossimi anni, secondo lo studio, saranno cruciali. Saranno anni di sperimentazioni, di cambiamenti che si rifletteranno sul mondo del lavoro. Per il leaders delle aziende, sarà fondamentale comprendere le esigenze e le preoccupazioni dei propri lavoratori.

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