Università italiane: il 40% tra le top 1.000 al mondo

Greta Tesini

Più del 40% delle Università italiane si colloca fra i primi mille migliori atenei a livello globale. Meglio di qualsiasi altro Paese europeo, e forse meglio di quanto noi tutti ci aspettavamo.
Questo è ciò che emerge dalla ricerca ‘L’Italia e la sua reputazione: l’Università’, realizzata da italiadecide in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Il progetto di italiadecide

Dal 2018 italiadecide ha avviato, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, il progetto di ricerca L’Italia e il valore della reputazione incentrato su uno dei settori più influenti per la formazione e lo sviluppo del paese: l’Università.

Il reportL’Italia e la sua reputazione: l’Università” offre un’analisi critica aggiornata delle valutazioni sul sistema universitario italiano che emergono dalle principali classifiche internazionali e suggerisce policy per ottimizzare la nostra offerta formativa.
Il suo duplice scopo è infatti quello di continuare a rafforzare il trend positivo nei ranking mondiali, ma soprattutto di offrire una lettura più
positiva del nostro sistema universitario rispetto a quelle superficiali che dominano la comunicazione a larga diffusione.

Cosa ci dicono i dati

Contro le previsioni generalizzate, di fatto, le buone notizie ci sono.
Il sistema universitario italiano potrà non eccellere nelle posizioni più alte, ma riesce comunque a vedere più del 40% del sistema nel suo insieme nel gruppo delle prime 1000 università mondiali, laddove Francia e Stati Uniti vedono meno del 10% dei loro atenei.

Potremmo perciò dire che l’Università italiana ha un’eccellente qualità media, nonostante le sue molteplici criticità.
È infatti noto che, nonostante il successo di molti nostri ricercatori pluripremiati e riconosciuti a livello globale, il loro operato venga spesso ostacolato da mancanza di fondi e supporto delle istituzioni.

La mancanza cronica di finanziamenti porta a molteplici problematiche.
In primis, la cosiddetta “fuga di cervelli” di studenti e ricercatori che spesso non vedono riconosciuto il loro lavoro con il giusto compenso. In secondo luogo, la distribuzione a pioggia di finanziamenti pubblici spesso risulta inefficiente al punto di non poter garantire l’ordinario svolgersi delle attività, portando così a situazioni di stallo.

Come si legge nel report:

Il profilo più problematico di questo ragionamento è che la stessa eccellenza pare emergere nonostante il sistema istituzionale universitario e non in ragione delle sue qualità intrinseche, oppure delle facilitazioni che esso mette in campo per favorire la ricerca o garantire la qualità della didattica.

Estratto di L’Italia e la sua reputazione: l’Università

I sistemi di ranking universitario

Un aspetto da considerare è poi il “problema” metodologico dei ranking universitari. Essi non si basano su parametri direttamente osservabili.
L’unico modo con cui si possono misurare le grandezze in oggetto sarà tramite l’uso di un qualche tipo di proxy, ossia in modo indiretto.

Il problema, perciò, risiede nella scelta di un proxy che sia affidabile.
Ma soprattutto, ciò mette in luce un aspetto importante del giudizio nei riguardi di un ateneo: la mancanza di un report arricchito dall’esperienza delle persone che lo vivono.

Stilate e concepite in questa maniera, c’è il rischio che le classifiche universitarie continuino ad essere forme di aggregazione di dati decontestualizzati.

Accettare pedissequamente i risultati dei ranking, così come cercare di esimersi da essi, è in entrambi i casi una mossa sconveniente.
Ciò che sarebbe utile fare sarebbe proporre un sistema di valutazione integrato, in cui siano previsti interazione fra le parti deputate a fornire informazioni, ricerca di miglioramento, e soprattutto comprensione critica delle informazioni che i ranking propongono.

Le Università dovrebbero poi tentare di instaurare un dialogo con i media nazionali per cercare di esporre il senso ed i limiti di queste classifiche. Questo con lo scopo di arrivare a una rappresentazione più accurata delle informazioni.

Le proposte di policy

Sebbene il concetto di “resilienza” possa far onore all’Università italiana, è bene aver chiaro che esiste l’urgenza di finanziamenti. Oltre ovviamente alla consapevolezza della necessità di cambiamenti culturali diffusi e di un rinnovamento intellettuale.

Ne “L’Italia e la sua reputazione: l’Università” si presentano diverse proposte per migliorare le policy sia sul profilo pubblico che per i singoli atenei. Le prime vertono sul rafforzamento della macchina amministrativa e sull’importanza dell’internazionalizzazione sfruttando il “brand Italia”. Le seconde si concentrando sui metodi di reclutamento del personale e degli studenti, ma soprattutto sulla capacità di sfruttare i network per un’internazionalizzazione efficace, che formi studenti pronti al mondo del lavoro.

La situazione italiana e internazionale

Guardando i dati italiani, nonostante la situazione di pandemia di Covid-19, le immatricolazioni nelle nostre Università sono aumentate del 9% rispetto al 2019. Il panorama internazionale invece si presenta in modo differente, e sono soprattutto le top university ad averne risentito.

Il paragone risulta chiaramente molto forzato ed è difficile mettere a confronto modelli e sistemi così diversi.
Potremmo concludere che gli atenei privati si sono mostrati, complessivamente, meno resilienti rispetto al sistema pubblico delle Università italiane.

L’avvento della pandemia ha impattato in modo permanente il sistema dell’Università, mettendo in discussione l’essenzialità delle sue infrastrutture.
Ciò potrebbe portare a risvolti a sorpresa per il futuro, in cui i servizi offerti dagli atenei potrebbero perdere valore a favore puramente della qualità della didattica. E, magari, alla rivoluzione di tutte le classifiche in pochi anni.

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