L’Università contro la violenza di genere

Martina Pastori

Tra stereotipi da abbattere, paghe sproporzionate rispetto alla controparte maschile e paure che, nel 2020, non dovrebbero che essere ingiustificate, la vita di noi donne non è semplice. Meno che mai oggi, a seguito di due mesi di semi-reclusione che hanno messo alla prova un po’ tutti. Anche le situazioni familiari più stabili hanno avuto i loro piccoli e grandi momenti di crisi, e gli episodi di violenza domestica si sono moltiplicati. Tanto che si è addirittura pensato a un messaggio in codice – la chiacchierata “mascherina 1522” – per permettere alle donne di chiedere aiuto in farmacia senza destare sospetti.

Gli effetti del social distancing sulla violenza domestica

La criticità della situazione è stata rilevata anche DiRe, una rete che unisce ottanta tra Case della donna e centri antiviolenza sparsi in tutta Italia. Solo nel periodo compreso tra il 2 marzo e il 3 maggio 2020, le chiamate all’associazione sono state 5.939; di queste, 1.815, poco più del 30%, sono state effettuate da donne che chiedevano aiuto per la prima volta. La correlazione tra il tanto tempo trascorso tra le mura di casa e il boom di aggressioni risulta a dir poco allarmante. Ancor più se si considera che la violenza sulle donne non è che una di troppe forme di violenza di genere, l’unica di cui si riesca a tenere traccia grazie ad associazioni come DiRe.

Il nuovo corso di formazione della Sapienza

Conoscere più a fondo fenomeni come la violenza di genere è il primo passo per debellarli. Già nel 2013, le università Bicocca, Bocconi, IULM, PoliMi, San Raffaele e UniMi hanno dato vita al Centro di ricerca Culture di genere. I risultati del suo lavoro si sono concretizzati in supporti alla didattica, corsi e iniziative editoriali.


Oggi, dalla consapevolezza del valore dell’informazione e dall’unione di più facoltà, nasce il nuovo corso di formazione dell’università Sapienza di Roma: Culture contro la violenza di genere: un approccio transdisciplinare, in partenza a fine giugno. Il corso è aperto a chiunque sia in possesso di un diploma di scuola secondaria (o di un titolo equivalente), e fa dell’inclusività il suo punto forte. Il fine ultimo? Dare il via a una campagna di sensibilizzazione al fenomeno e “contrastare la violenza di genere in ogni suo aspetto“, si legge nel piano formativo.
Sembra ambizioso, ma le rivoluzioni si fanno a grandi passi, o non si chiamerebbero tali.

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