Calcio e studio: le parole di un ex capitano del Milan

Giacomo Marini

‘Uno su mille ce la fa’ cantava Gianni Morandi, ma in realtà, secondo i dati raccolti da Repubblica, ce la fa solo uno su 4-5 mila. Dal 2009 al 2019, solo 622 ragazzi cresciuti in settori giovanili hanno esordito in serie A, su un totale di 710mila tesserati.

Da capitano del Milan e convocato in Nazionale alla laurea in Economia e Management all’Università degli Studi di Milano, passando per gli infortuni e per il sostegno della madre. Abbiamo parlato con Lorenzo Apicella del rapporto tra calciatori professionisti e studio, e dell’importanza di quest’ultimo indipendentemente dal proprio percorso.

Raccontaci la tua carriera calcistica.

Sono partito dai Pulcini del Milan che avevo 8 anni, da lì ho fatto tutta la trafila fino agli allievi nazionali con cui ho vinto lo scudetto. È anche arrivata la convocazione in Nazionale. Sono esploso effettivamente dai 13 anni, quando è arrivato il mio mister che ha creduto in me e mi ha fatto capitano. Essendo un giocatore molto duttile mi faceva giocare un po’ dappertutto. Ero contentissimo, ritrovarsi già da ragazzino capitano del Milan è il sogno di tanti.

Tu intanto studiavi?

Sì, io ho continuato gli studi senza mai smettere. Mia mamma è stata la mia ancora di salvezza, mi ha sempre tenuto coi piedi per terra e mi ha convinto a fare l’Università. Ci vuole poco a montarsi la testa quando ti ritrovi capitano del Milan a 13 anni e tutti ti elogiano, vedi già il calcio nel tuo futuro e credi che farai quello, mentre invece devi ancora crescere. Non bisogna mai abbandonare lo studio, guarda dove sono adesso, nel mondo del calcio non sono diventato nessuno. Tanti invece hanno puntato solo su questo e ora sono rimasti con niente in mano.

E non avevi difficoltà con la scuola?

Sì, non era facile. Ho iniziato da un istituto tecnico ma per completare le superiori mi sono dovuto spostare in una privata. Facevo troppe assenze, quando partivo con la Nazionale capitava che stessi via per settimane e questo ai prof. non andava bene.

Quanti effettivamente ‘ce la fanno’?

Davvero pochi. Quando giocavo io su 25 che eravamo nel Milan ce l’hanno fatta in pochi, tra questi penso a Cristante e Petagna.. qualcun altro è finito in serie B o in serie C, ma in generale sono andati avanti in pochissimi.

Milan, Nazionale… sembra che avessi un futuro spianato. Cos’è successo poi?

Ho iniziato ad allenarmi con la Primavera del Milan, poi ho subito un brutto incidente a 17 anni. Da lì è iniziato un po’ il mio declino calcistico. Dopo qualche mese di stop avevo perso il posto e non mi sentivo più sicuro come prima in campo. Mi hanno mandato in prestito in serie D e mi sono infortunato di nuovo. Lì mi sono reso conto dell’importanza di avere un piano B.

Ma quindi lo studio va considerato solo come un piano B all’interno di una carriera di questo tipo?

No hai ragione, mi correggo, lo chiamo così perché ai tempi ero un ragazzino che pensava solo al calcio e lo chiamavo così. Mia madre invece mi ha trasmesso l’importanza della scuola e della cultura, indipendentemente dalla propria carriera. Infatti l’Università l’ho iniziata quando ancora giocavo.

Un consiglio che daresti a qualcuno che sta intraprendendo una carriera nel mondo dello sport?

Mai dare nulla per scontato, da un momento all’altro la vita può presentarti davanti qualcosa di inaspettato che te la stravolge. Quindi stare sempre preparati su tutti i fronti, l’istruzione è alla base del mondo, essere una persona interessante e acculturata è tanto importante quanto sognare. Bisogna badare anche al sodo e restare coi piedi per terra, per costruirsi un futuro pezzo per pezzo.

Ultima domanda, mi lasci un commento sullo stereotipo del ‘calciatore ignorante’?

I tempi sono cambiati parecchio, fa tanto la famiglia che hai alle spalle. Se hai una famiglia che crede nel valore della cultura e dell’istruzione riesci a capire davvero l’importanza di essere un uomo prima ancora di essere un calciatore, un ragioniere o qualsiasi altra cosa. Lo stereotipo secondo me esiste perché il mondo del calcio un tempo era diverso, ora ce la fanno molti meno perché costa tanto portarli avanti. Io ad oggi non conosco più ragazzi che giochino avendo smesso totalmente di studiare.

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