Coronavirus, parola ad Alessandro Manzoni

Davide Chindamo

Ecco la vita ai tempi del coronavirus: angosciante, monotona, noiosa e per certi aspetti surreale, appurata la “quarantena forzata” fino al 3 aprile.
Ma ai tempi de “I Promessi Sposi”, come si viveva la temutissima peste, vista la paura prodotta dal fenomeno pandemico Covid-19? Parola ad Alessandro Manzoni.

Capitolo XXXI de “I Promessi Sposi”: Manzoni, la peste e il popolo

La digressione storica proposta da Manzoni al capitolo XXXI de “I Promessi Sposi” sospende la narrazione e immerge il lettore nella Milano seicentesca, assediata dagli spagnoli ma soprattutto dalla peste: lo scopo dell’autore è proprio quello di

far conoscere […] un tratto di storia più famoso che conosciuto.

A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXI

Ma la straordinarietà dello scrittore non sta semplicemente nel raccontare gli effetti della “peste di San Carlo” (riferimento a San Carlo Borromeo, all’epoca arcivescovo di Milano), ma nel dipingere la società del XVII secolo al cospetto di una calamità terrificante.

Infatti si concentra sui protagonisti di questa vicenda, oltre alle cause e alle dinamiche della stessa. Tra questi il cardinal Borromeo, appunto, il governatore Ambrogio Spinola (che ritiene più importante continuare il conflitto e non occuparsi della peste), e la folla in preda al panico.

Quando l’autore racconta la reazione del popolo agli ordini del tribunale della sanità, appare più moderno della modernità stessa. Come tutti i grandi pensatori, la parola di Alessandro Manzoni è senza tempo:

Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza.

A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXXI

Sembra proprio l’atteggiamento di una parte della popolazione italiana (per fortuna una minoranza), la quale infrange le regole per deformazione professionale.

Peste e coronavirus, piccolo esame di coscienza

Sempre nel capitolo XXXI, dopo i primi sintomi, erroneamente ritenuti innocui, ecco l’arrivo della peste e il delirio generale nel popolo milanese. Un po’ com’è accaduto con il Coronavirus, proprio in Lombardia, dopo un primo approccio piuttosto cauto.

Il terrore della contumacia e del lazzaretto aguzzavano tutti gl’ingegni: non si denunziavano gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.

A. Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. XXXI

“Il terrore della contumacia e del lazzaretto”. La contumacia sarebbe la nostra “quarantena”, dunque perché avere il “terrore”? Perché Manzoni racconta di maleodoranti lazzaretti e nosocomi improvvisati, affidati alla benevolenza dei frati cappuccini e alla Provvidenza.
Oggi la nostra “segregazione” è sul divano, con televisione, riscaldamento e acqua calda. Dunque bisogna solamente obbedire alle norme in vigore e collaborare tutti insieme restando a casa, rivolgendo un pensiero ai nostri “frati cappuccini laici”, ossia a tutti gli eroi quotidiani del nostro servizio sanitario, esposti in prima fila contro il virus.

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