Un caso di “razzismo al contrario” a Yale?

Martina Pastori

Mentre le proteste razziali infiammano l’America intera, l’Università di Yale viene accusata di “razzismo al contrario”, e di discriminare gli studenti asiatici e bianchi.
Qualcuno, però, pensa che l’imputazione sia il pretesto per difendere gli interessi di un elettorato in prevalenza bianco.

L’ultimatum del governo

Il caveat arriva a Yale da Eric Dreiband, assistente segretario del Dipartimento alla Giustizia del governo degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha lavorato all’indagine nell’arco degli ultimi due anni, spinta dalle proteste dell’Asian American Coalition for Education nei confronti delle presunte politiche discriminatorie dell’Università dell’Ivy League.
«Rispetto ai colleghi afroamericani e ispanici con credenziali accademiche comparabili, i candidati asiatici e bianchi hanno tra un decimo e un quarto delle possibilità di essere ammessi», sostiene Dreiband. In parole povere: un caso di discriminazione razziale al rovescioper quanto nessuna forma di razzismo sia e dovrebbe essere, ormai, tollerabile.
Quello dato a Yale è stato un vero e proprio ultimatum: rivedere le politiche di ammissione entro il 27 agosto, oppure rischiare di finire sullo scranno della Corte Suprema.

La risposta dell’Ivy League

In propria difesa, l’Università ha rilasciato una dichiarazione in cui sostiene di guardare, nel decidere se ammettere o meno uno studente, alla «persona nella sua integrità – non solo a livello di successi accademici, ma anche di interessi, leadership e qualità tali da contribuire alla crescita della comunità di Yale e del mondo». Peter Salovey, presidente dell’Ivy League, ha aggiunto che «le accuse del Dipartimento non hanno basi. In questo momento unico della storia, in cui grande attenzione è giustamente dedicata alla questione delle razza, Yale non abbandonerà il suo impegno a istruire un corpo studentesco la cui diversità sia un marchio di eccellenza».

Lo scenario più plausibile

Sembra probabile che la questione imboccherà la strada del tribunale, dove Harvard ha già vinto, in primo grado, una causa analoga. In realtà, in quanto Università privata, Yale può selezionare gli studenti a propria discrezione; resta il fatto che riceve ogni anno diversi milioni di dollari dallo Stato. Condizione indispensabile? Il rispetto del Title VI del Civil Rights Act, contro il razzismo e la disparità di trattamento nelle scuole. Ecco perché il fondo potrebbe venire meno, se l’ateneo fosse ritenuto colpevole di aver violato la legge.

Come spesso accade, con ogni probabilità in medio stat virtus. È da capire se sia un caso che asiatici e bianchi – i primi ad aver mosso accuse contro Yale e Harvard – rappresentino, in qualità di elettori, la base dell’amministrazione Trump, che, pertanto, sarebbe portata a spalleggiarli. Assodato è, invece, che tra gli immatricolati all’attuale anno accademico, il 26% (percentuale, in effetti, non così alta) sono Asian-American.
Com’è quasi certo che, in attesa di un intervento esterno che – si spera – possa riequilibrare le sorti, eliminare del tutto la razza dai criteri di ammissione perpetuerebbe, ancora una volta, il vantaggio dei bianchi.

A farm boy from Idaho can bring something to Harvard College that a Bostonian cannot offer. Similarly, a black student can usually bring something that a white person cannot offer. – Lewis F. Powell

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