Recovery Fund, un’idea di Università meritocratica ed europea

Andrea Romano

La risposta dell’Unione Europea alla crisi, con l’introduzione del Recovery Fund, ha allontanato, si spera definitivamente, lo spettro di quel sentimento di “disgregazione dell’ideale europeo”. Il concetto di scetticismo europeo si era ormai diffuso da parecchi anni, alimentato da retoriche demagogiche di alcuni movimenti politici nostrani.

Italia beneficiaria netta

Il Recovery Fund è lo strumento più importante messo in campo dall’Unione per il rilancio dell’economia. La sua cifra ammonta a 750 miliardi euro, di cui 390 miliardi verranno erogati sotto forma di sussidi (che non dovranno essere ripagati dai Paesi destinatari), mentre i restanti 360 miliardi verranno distribuiti sotto forma di crediti.
All’Italia saranno destinati 209 miliardi, di cui 82 in sussidi e 127 in prestiti. Si tratta di una circostanza straordinaria: non solo per la quantità di denaro stanziata, ma perché è stato emesso per la prima volta un debito comune garantito dalla Comunità europea. Questo di fatti è un “impegno” di una portata più che rilevante e un’occasione per l’Italia da non perdere per guadagnare credibilità agli occhi degli investitori internazionali.

Recovery Fund, ma a che prezzo?

Per questo non si può pensare di spendere la maggior parte dei soldi ricevuti in politiche di assistenzialismo o in bonus alquanto “originali”. Inoltre, sarebbe sensato che questo strumento finanziario non venga utilizzato come un cannone che spara pioggia di denaro fino a quando non si sarà esaurito.

Non esistono pasti gratis

E’ uno degli slogan più ridondanti della storia del pensiero economico. A render celebre questa citazione in ambito economico è Milton Friedman (premio Nobel per l’economia) che risuona tutt’oggi più che attuale. Infatti, il Recovery Fund non è gratuito, ed è un debito che, in parte, deve essere ripagato con la realizzazione di progetti lungimiranti.

Investire in formazione non è rischioso

Sarebbe più semplice immaginare il Recovery Fund come acqua che irriga un orto irto di talenti che spesso sono costretti ad appassire o germogliare altrove. Come fare per riuscire a trattenerli?
Dobbiamo ‘”rischiare” di prevedere un’allocazione di buona parte delle risorse del fondo in formazione.
Tuttavia, ci ritroviamo di fronte a una situazione profondamente contraddittoria che non facilita questi buoni propositi. Gli investimenti in un settore (dove paradossalmente il rischio è vicino allo zero) sono spesso considerati azzardati e sconvenienti.

La formazione deve comprendere il digitale e l’innovazione e gli investimenti nelle Università con il rafforzamento dei dottorati industriali sono necessari. Tutto questo, per rendere sempre più interdipendente il mondo delle start-up con quello accademico.

Rivoluzionare le fondamenta grazie al Recovery Fund

Andando oltre i progetti settoriali, il Recovery Fund potrebbe essere impiegato per dare una forte spinta a un cambiamento radicale. In primo luogo interesserebbe l’Università che ruoterebbe attorno a due pilastri: più accessibilità e meno flessibilità.
Per esempio, si potrebbe utilizzare il fondo per un abbattimento del sistema fiscale universitario, in modo tale da rendere gli studi accessibili a tutte le famiglie, coprendo quel 20% di entrate che deriva dalle tasse degli Atenei.
Un’altra eventualità sarebbe quella di riammodernare le vecchie residenze universitarie e costruirne di nuove; in aggiunta, rivedere alcuni diritti allo studio di diversi Atenei che sono inspiegabilmente più carenti rispetto ad altri.

L’Università allo stesso tempo deve assistere continuamente lo studente universitario nel suo percorso di laurea ma entro un certo periodo: deve fissare tempi più ristretti per cui uno studente può essere considerato fuoricorso o no e altri parametri che non contemplino altri criteri se non quelli del merito.
Un’idea di Università democratica, meritocratica e soprattutto europea su cui varrebbe la pena investire.

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