UNiti per il voto: il comitato civico per i fuori sede

Manlio Adone Pistolesi

Il voto fuori sede ritorna periodicamente il protagonista delle cronache italiane soltanto in occasione delle elezioni. Ma un diritto negato e violato non può essere sbandierato per suscitare uno sdegno effimero e ipocrita. Perciò nasce questa rubrica, UNiti per il voto, con la quale – crisi elettorale permettendo – si vuole delineare un orizzonte lungo in cui riflettere intorno a una tematica che coinvolge un cospicuo numero di italiani. In questo primo appuntamento Stefano La Barbera, presidente del comitato civico IoVotoFuoriSede, illustrerà la strada compiuta finora e quanto rimane ancora da fare.

Stefano La Barbera, presidente di IoVotoFuoriSede
Stefano La Barbera, presidente di IoVotoFuoriSede

Perché è nato il comitato civico IoVotoFuoriSede? Cosa ha ottenuto in questi anni?

“Studiavo Ingegneria Elettronica al Politecnico di Torino quando nel 2008 ho avuto la mia prima esperienza con il voto da fuori sede. Io e altri studenti universitari siciliani, non potendo votare alle politiche del 2008, decidemmo di lanciare una petizione online dopo un confronto con degli amici Erasmus che rimasero stupiti dal fatto che non potessimo votare. Infatti, una nostra amica francese poteva votare tranquillamente delegando sua madre. In Italia il voto per delega non si può attuare poiché ciò minerebbe la sua segretezza (art. 48 della Costituzione, ndr.)

La stessa petizione è stata rilanciata in occasione del referendum 2020 insieme a The Good Lobby. Abbiamo raccolto altre 17.000 firme e abbiamo presentato il tema all’opinione pubblica che non ne era a conoscenza. Inoltre, abbiamo interpellato il Parlamento da cui sono arrivate le prime proposte di legge. La prima la presentò il senatore Ceccanti del PD (2008). Imprecisa e imperfetta a nostro giudizio, ma pur sempre una prima risposta politica. In questi anni il tema è entrato nel dibattito pubblico ed è sempre più attuale nelle cronache parlamentari, tant’è che ogni legislatura si pone il problema di come far votare i fuori sede. 

Il numero di studenti fuori sede è ricavabile incrociando i dati del MIUR, ogni anno accademico sono 350.000/400.000. Sommandoli al numero – difficilmente rilevabile – dei lavoratori fuori sede, legati al pendolarismo di lungo raggio, si raggiungono il milione e mezzo o i 2 milioni di persone. Ormai il mercato del lavoro è diventato sempre più liquido e ci sono sempre meno contratti a tempo indeterminato. Per questo le persone non cambiano la loro residenza e al momento delle elezioni si è costretti a decidere tra un costo non indifferente e il proprio diritto di voto o il diritto allo studio”. 

Come sta andando il ricorso di Palermo? Cosa si può ottenere da una vittoria?

“La strada giudiziaria è l’ultima che abbiamo intrapreso. Il 28 gennaio ci sarà la prima udienza del ricorso, finora rinviata causa COVID-19, in cui il giudice dovrebbe pronunciarsi. Stiamo seguendo il modello già tracciato per il Porcellum, legge elettorale che è stata dichiarata incostituzionale non tanto per iniziativa politica, ma per un gruppo di privati cittadini che hanno citato in giudizio la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Giudicata incostituzionale, obtorto collo il Parlamento ha modificato la legge elettorale. Stessa cosa vogliamo fare noi, parallelamente alle interlocuzioni con i partiti presenti in Parlamento. Ciononostante i vari disegni di legge si sono arenati per l’inefficienza del meccanismo parlamentare. 

Abbiamo raccolto dieci adesioni di cittadini che sentivano violati i propri diritti e li abbiamo sostenuti con un pool di avvocati. Insieme ai ricorrenti abbiamo citato la Presidenza del Consiglio dei Minsitri e il Ministero dell’Interno, poiché non si può adire direttamente alla Corte Costituzionale. Questi cittadini non hanno potuto votare all’elezione del 2018 o hanno dovuto sostenere dei costi, per cui in questo ricorso chiediamo il riconoscimento del danno o il rimborso per votazioni non sostenute e, incidentalmente, chiediamo al giudice di sollevare l’eccezione di costituzionalità sull’attuale legge elettorale che comporta una discriminazione.

Infatti, si va contro l’articolo 3 della Costituzione poiché alcune categorie professionali possono votare a distanza. Si pensi ai militari che possono votare nella caserma in cui si trovano, quindi da lavoratori fuori sede, istituendo seggi speciali (come anche negli ospedali o nelle carceri). La legge già riconosce questa difficoltà per alcuni lavoratori, ma non a tutti, perciò attua una discriminazione. Inoltre, anche all’estero grazie alla legge Tremaglia e all’Italicum si può votare. Chi risiede all’estero o chi vi si trova temporaneamente può votare via posta”.

Quali sono le alternative possibili per un voto fuori sede?

“Come comitato non vogliamo sostituirci al Parlamento e al Ministero, ai quali deroghiamo la titolarità. Sicuramente nel corso degli anni abbiamo svolto degli studi comparativi. Quello che si adatterebbe di più all’Italia sarebbe il sistema dell’early voting. Il voto per posta comporta dei problemi relativi alla sicurezza e alcuni costituzionalisti hanno sollevato limiti di costituzionalità: come il fatto che non sia garantita la libertà e la segretezza del voto (art. 48 ndr.). Il voto per posta, infatti, non è presidiato. Sono state compiute anche delle inchieste, come quella sul senatore Di Girolamo, che dimostrarono come il voto per posta all’estero sia facilmente inquinabile. In quel caso si verificò, tramite perizia calligrafica, che molte schede erano state votate dalla stessa persona.

 L’early voting, adottato in Danimarca, che ha un sistema elettorale simile al nostro, in quanto divisa in circoscrizioni, si potrebbe implementare in Italia. Early voting perché i cittadini esprimono il loro voto prima delle elezioni. In sostanza, l’elettore preventivamente fa richiesta al suo comune per votare, esso gli rilascia un nullaosta e con esso può recarsi al seggio dove esprimerà il suo voto attraverso una scheda. Quest’ultimo è un seggio comune speciale – in Italia si potrebbero impiegare anche le Prefetture, per avere una maggiore tutela –. I voti, sigillati in doppia busta, arrivano ai seggi di riferimento tramite canali ministeriali. Così verranno scrutinati il giorno delle elezioni. Perciò l’early voting non è nemmeno un voto anticipato. Il presidente del seggio speciale depenna il votante assicurando l’impossibilità di un voto molteplice”. 

Il voto elettronico presentato dall’On. Brescia e finanziato con un fondo di un milione di euro può essere una via percorribile?

“Il voto elettronico potrebbe essere una soluzione poiché ovvia alla necessità di votare in base alla propria circoscrizione elettorale. Però esso al contempo comporta una serie di problematicità tecnologiche che hanno bloccato definitivamente le sperimentazioni in altri Paesi. Anche ammettendo che tutte queste criticità – non superflue – vengano risolte, rimarrebbe il tema della fiducia delle persone nel processo elettorale democratico. Un po’ come è successo negli USA, sebbene il voto per posta sia facilmente controllabile. Infatti, il rischio di hacking zero non esiste, mentre le normali procedure di voto coinvolgono un insieme di soggetti istituzionali”.

La proposta di legge Nesci per il voto fuori sede è coerente con quanto chiedete?

“Abbiamo sollevato rilievi all’onorevole del M5S. È un disegno di legge al ribasso, che consentirebbe di votare solo in alcune occasioni (per i referendum abrogativi, costituzionali e per le elezioni europee, ndr.). Questa prospettiva per noi è riduttiva. Una volta che si affronta il tema del voto fuori sede in maniera organica il legislatore dovrebbe risolvere il problema per tutte le tipologie di elezioni. Oltretutto la proposta di legge Nesci permette di votare alle elezioni europee soltanto nella propria circoscrizione, cosa non necessaria per i referendum poiché tutto il Paese è collegio unico. Con ciò, chi abita per esempio a Milano dovrebbe tornare nella propria circoscrizione: Italia meridionale. Questo approccio è inefficiente e incompleto. Noi chiediamo una riforma che comprenda le elezioni politiche, i referendum e le elezioni europee”. 

Il comitato civico IoVotoFuoriSede proporrà a Roma un ricorso omologo a quello di Palermo. Per partecipare clicca qui.

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