Post Covid: le Università deserte, più della metà degli studenti segue in Dad

Elena Rosa

Dalla fine delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 la gran parte degli Atenei ha preferito mantenere una modalità mista (in presenza e a distanza), anche se la capienza delle aule è stata innalzata al 100%. Un graduale ritorno alla normalità che, in alcuni casi, non è stato ben accolto dagli studenti.

Approcci e affluenze differenti nell’era post Covid

All’Università di Milano molti studenti seguono da casa. Tra le ragioni più comuni e consolidate ci sono i prezzi degli affitti alle stelle per i fuorisede e i continui spostamenti per i pendolari lombardi.

Secondo Cristiano Nicoletti, direttore generale della Bicocca di Milano, la formula giusta è quella del “un po’ e un po’”. Quindi mantenere sia la possibilità di seguire le lezioni in ateneo, sia seguirle da casa per coloro che hanno difficoltà di vario tipo. L’obiettivo è venire incontro agli studenti in questa fare post restrizioni da Covid-19 ma ancora pandemica.

Anche Tommaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena ha scelto un approccio graduale per la conclusione dell’anno accademico 2021/2022. Afferma: “Abbiamo avviato una didattica mista, in parte in aula e in parte distanza, perché i nostri studenti sono in quota stranieri e in quota italiani fuorisede: non sarebbe equo chiedere loro di prendere una casa per gli ultimi mesi dell’anno accademico. Abbiamo garantito attenzione nei due difficili anni trascorsi, ma da settembre l’Università tornerà rigorosamente in presenza. Puntiamo a una presenza totale”.

Alcuni atenei, pur avendo mantenuto la modalità mista, hanno assistito a una ripopolazione delle Università. Questo accade all’Università di Cassino dove il prorettore alla didattica Giovanni Betta ha spiegato come le lezioni siano registrate ma la maggior parte degli studenti risponde frequentando. Lo stesso accade all’Università di Perugia, alla Federico II di Napoli, all’Università di Palermo e all’Ateneo di Teramo.

In controtendenza, l’Università di Padova ha registrato addirittura presenze superiori a quelle prima della pandemia, su 68.000 studenti circa 40.000 si recano a lezione.

Critiche e lamentele

Non sempre la risposta degli studenti è positiva e partecipe. Molti docenti hanno denunciato come la gran parte degli universitari segua da casa per comodità, pigrizia o problematiche economiche.

Maria Cristina Marchetti, direttrice del dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza di Roma spiega: “insegno Sociologia dei fenomeni politici, un corso con 250 iscritti, e mi ritrovo a parlare ogni settimana davanti a sei studenti con altre sessanta persone collegate da casa. Seguono la lezione con la webcam spenta, se fai una domanda non ti risponde nessuno. Gli studenti non li vediamo più neppure da remoto: sono diventati delle icone e questo, per noi docenti che siamo obbligati ad andare fisicamente in aula, inizia a diventare anche offensivo. I motivi? Economici e di tempo risparmiato. Poi c’è una terza categoria di studenti: quelli che vivono a Roma e non vengono più lezione perché seguire da remoto è più comodo. Con un “clic” passano da una lezione all’altra senza necessariamente uscire di casa. L’ultima volta che gli ho invitati a venire in aula mi sono sentita rispondere: ‘Professoressa, oggi piove’”.

La stessa situazione si ripropone in molti Atenei italiani, ma le cause molto spesso riguardano specialmente la situazione economica delle famiglie. Affitti sempre più alti e spese difficili da sostenere specialmente dopo l’arrivo del Covid-19. Eleonora Vergine, studentessa dell’esecutivo dell’Unione degli universitari ha spiegato i motivi del mancato ritorno in aula: “Ancora oggi gli effetti della pandemia gravano sull’economia delle famiglie non permettendo a tutti di vivere lontano da casa. Non è corretto correlare la pigrizia al mancato rientro degli studenti, restituisce una descrizione distorta. Se si ricevessero i giusti stimoli, si rendesse la didattica più interattiva e innovativa, si fornisse una vera prospettiva formativa, la situazione potrebbe essere diversa. Stiamo tutti pagando il prezzo di una pandemia mondiale da Covid-19, questa esperienza dovrebbe essere il punto di partenza per ripensare il sistema di formazione universitaria”.

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