Università e Covid: lezioni per il futuro

Greta Tesini

Se c’è qualcosa che quest’anno ci ha lasciato è la capacità di reinventare e mettere in discussione tutto ciò che finora ha costituito il classico metodo di vivere l’apprendimento e l’insegnamento.
DAD e smartworking hanno smosso piccole rivoluzioni nelle nostre vite. Cerchiamo dunque di capire quali sono stati i punti di svolta di questo 2020, per imparare dalle difficoltà e migliorare un sistema che finalmente si sta evolvendo.

Trasformare la DAD in Smart Learning

Dopo un anno passato in questa condizione, la prima lezione è ormai largamente appresa. Smettere di considerare la DAD e la didattica tradizionale in presenza come due rette parallele.

La DAD non è soltanto supporti tecnologici, ma un metodo possibile grazie ad essi. Ciò che – si spera – abbiamo imparato è che la tecnologia è solo un mezzo al nostro servizio, e che spetta a noi doverla impiegare come ci aggrada.

Soprattutto, non esiste un metodo di insegnamento migliore o peggiore. Ogni metodo ha i suoi limiti, anche le tecnologie le hanno.
Ciò che dobbiamo fare è cominciare a immaginare la didattica stessa in modo diverso. Innovare il metodo.
Ad esempio, smettere di relegare la tecnologia al concetto di distanza e integrarla in presenza. Potrebbe risultare intelligente fornire più strumenti affinché lo studente li adatti alle sue esigenze e crei così il suo personale metodo.

Il proposito per il 2021 è quindi smettere di interrogarci sugli “effetti” della DAD e iniziare a usarla consapevolmente, non limitarci più a viverla passivamente.

Ritrovare il senso di identità nella tecnologia

É evidente che limitarsi a trasferire online la lezione in presenza mina la qualità dell’insegnamento ma anche il nostro senso di identità.
Per migliaia (sì, migliaia!) di anni abbiamo considerato la lezione frontale come unico metodo di apprendimento. Quest’ultima si basa su tre pilastri: il luogo fisico (l’aula), la relazione, l’interazione.

Quando si tratta di DAD questi capisaldi vengono a mancare, alienando lo studente (e il docente) e riducendo il coinvolgimento delle parti. Per questo è indispensabile ripensare lo smart learning in modo da integrare e non sostituire le caratteristiche della lezione in presenza.

Non dobbiamo dimenticarci infatti, che l’Università (e in generale la scuola) è, fra le altre cose, luogo di socializzazione. E questo vale sia per gli studenti sia per i docenti.

Parlando di numeri, è vero che le riunioni su Zoom e simili hanno contribuito ad aumentare la partecipazione. Questo certamente avviene grazie alla maggiore accessibilità dell’incontro senza bisogno di spostamenti.
Tuttavia, lo scambio di idee alla pari fra docenti, è un elemento essenziale del tessuto accademico. L’Università non è soltanto dottrina, ma scambio e partecipazione. In questo momento storico, anche la pausa caffè ha acquisito un nuovo significato.

Mettersi in discussione

E del rapporto docenti – studenti?
L’avvento della DAD ha permesso una presa di coscienza per molti insegnanti e accademici. Riflettere sul proprio metodo, o addirittura sulla propria materia, implica un cambiamento nel modus operandi adottato fino all’anno prima.
Probabilmente i docenti che già sapevano coinvolgere gli studenti in aula sono gli stessi che ora riescono a coinvolgerli durante una videolezione. Allo stesso modo, chi si è reinventato è lo stesso insegnante che si mette in discussione ogni lezione a seconda del pubblico che ha di fronte.

Questo – e torniamo al primo punto – implica ripensare il concetto stesso di lezione. Smettere di preoccuparsi degli strascichi della DAD e iniziare a chiedersi cosa fare con essa.

Smartwoking, si può fare

É facile per noi considerare le cose dal punto di vista dello studente, dimenticandoci che l’Università è fatta anche di persone che svolgono i ruoli più disparati. Lo smartworking è toccato più o meno a tutti, con svolte spesso inaspettate e (specialmente all’inizio) tragicomiche.

Uno degli obbiettivi delle Università dovrebbe essere rendere i propri ambienti di lavoro smartworking friendly. Migliorare la propria infrastruttura per rendere il lavoro di tutti più pratico e veloce. Magari snellire la burocrazia. E chissà, rendere le lunghe file in segreteria solo un vecchio (brutto) ricordo.

Consapevolezza

Concludiamo con due aspetti che possono apparire secondari nel discorso universitario, ma di cui abbiamo riscontrato l’importanza vitale in questi mesi.
Il primo è che, finalmente, abbiamo capito l’indispensabilità della ricerca. Anzi, dell’investimento nella ricerca. Perché è proprio nel momento del bisogno servono conoscenze e competenze pregresse. La capacità di reazione di un paese è determinata dall’investimento di tempo, energia e risorse umane laddove il problema ancora non sussiste. Questo vale per la pandemia, ma anche per tutti i cambiamenti del futuro. Dell’importanza dell’investimento nella scienza ne abbiamo anche parlato in questo articolo.

Il secondo aspetto è la riscoperta del valore della solidarietà.
Oltre al dovere di contribuire all’innovazione, l’Università ha il dovere di dare un contributo propositivo nella società. Il Covid ha permesso di aprire il vaso di Pandora mettendo a nudo due grandi problemi legati alla crisi della formazione: il digital divide e la mancanza di supporto psicologico. Che si tratti dell’uno o dell’altro, sono tante le aziende e le persone che si sono impegnate in gesti di solidarietà in questi mesi.
Solo con il sostegno potremo iniziare a considerare i problemi come sprono per il futuro, e non come alibi al malfunzionamento di un sistema.

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