Università nelle carceri, l’impegno di Marella Santangelo

Marta Buiatti

Università nelle carceri, potrebbe sembrare impossibile, in realtà già accade. Avevamo parlato, in articoli precedenti, di come diverse realtà universitarie avessero iniziato delle collaborazioni con le carceri. A questo progetto avevano aderito diversi atenei, tra cui quello di Firenze, quello di Bologna, la Bicocca di Milano, e l’Università di Sassari. Marella Santangelo si è impegnata affinché ciò fosse possibile anche a Napoli, all’Università Federico II.

Portare l’Università nelle carceri

Il PUP, polo universitario penitenziario, è un centro di servizio per il coordinamento delle attività volte a promuovere il diritto allo studio dei detenuti. Il PUP garantisce ai carcerati di potersi iscrivere e frequentare i percorsi formativi delle Università che lo consentono. I PUP italiani nascono più di 20 anni fa a Torino, e sono stati poi replicati, anche in modi differenti, in numerose sedi universitarie. Oggi sono coinvolti quasi 40 atenei che operano in oltre 80 istituti penitenziari. L’Università degli studi di Napoli Federico II è da tempo coinvolta in questo progetto, avendo a cuore la formazione dei detenuti.

Il PUP della Federico II

Il Polo Universitario Penitenziario della Federico II si trova nel Centro Penitenziario di Secondigliano. Oggi conta circa 100 studenti in due sezioni: una di alta sicurezza e una di media sicurezza. Sono attivi 8 corsi di studio per 7 dipartimenti. Insegnano molti docenti, più di cento a semestre, e sono presenti diversi tutor tra studenti e dottorandi. Marella Santangelo è professoressa ordinaria presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II nel Dipartimento di Architettura, dove insegna Composizione architettonica e urbana. Santangelo ha assunto, inoltre, il ruolo di delegata del PUP per il quale fa parte anche del Comitato Direttivo, ed è inserita nella Commissione per l’architettura penitenziaria. Commissione istituita tramite decreto dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, con l’obiettivo di dare vita a un progetto di riqualificazione delle strutture carcerarie. Ha la funzione costituzionale di responsabilizzare il detenuto in un’ottica di reinserimento sociale e recupero personale.

L’impegno di Marella Santangelo

Marella Santangelo ha a cuore da tempo il concetto di rivalutazione e formazione dei detenuti. In un’intervista per Vanity Fair racconta come tutto sia nato dall’aver partecipato nel 2005 al Comitato Scientifico costituito in occasione della mostra evento La rappresentazione della pena. Il carcere invisibile e i corpi segregati. Si trattava di un insieme di dibattiti e seminari nei quali non si parlava mai dell’argomento. Da quel momento in poi si è dedicata allo spazio della detenzione costruendo legami tra l’Università Federico II e gli uffici del Ministero della Giustizia. Questi si sono concretizzati in accordi di collaborazione. Santangelo ritiene che il suo mestiere sia meraviglioso perché può migliorare le cose. Afferma inoltre che da donna si sente di poter essere artefice del cambiamento, infatti, l’alto livello delle architetture ideate e realizzate da donne dimostra che le cose procedono bene.

L’architetta ritiene fondamentale evidenziare la forza di un progetto sull’esistenza stessa delle persone. In particolare quelle più fragili e sfortunate, poiché può diventare veicolo di inclusione. Santangelo, come riportato nel magazine dell’Università, afferma:

Il tempo della pena in carcere deve essere un tempo di passaggio della vita di chi ha commesso un errore, gli spazi della detenzione devono assicurare il benessere e la dignità dei reclusi, solo in questo modo l’architettura avrà assolto il suo compito e lo Stato avrà fatto in modo che quel tempo abbia senso secondo il dettato della nostra Costituzione

Ecco perché è importante dare ai detenuti una vita dignitosa e un’opportunità di crescita attraverso lo studio, come avviene grazie al PUP. Bisogna sostenere la possibilità per gli uomini e le donne che stanno scontando la propria pena, di essere pronti a tornare nella società, anche e soprattutto grazie al ruolo dell’Università nelle carceri.

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