Universitari: chi si ricorda di noi?

Martina Pastori

Tanti gli argomenti toccati dagli ultimi decreti ministeriali: dalle visite ai parenti ai parchi, dal calcio ai negozi, alle biblioteche e ai musei, con una parentesi anche sul cibo d’asporto. A noi universitari, però, non è sfuggito di non essere, e non per la prima volta, al centro dell’attenzione. Perché di scuola – bene o male – si è parlato tanto, e di Università poco o niente?

Lo storico delle chiusure

La storia la conosciamo tutti: l’allarme Coronavirus ha fatto scattare la chiusura di scuole e università del Nord Italia il 24 febbraio, con validità inizialmente pari a una settimana, poi a due. Dal 4 marzo, invece, lo stop delle attività didattiche in presenza in tutta Italia. Da allora, con tempistiche più o meno serrate, gli atenei si sono attrezzati per svolgere lezioni online. Risulta difficile, però, tracciare un quadro della situazione generale: la buona riuscita della Didattica a Distanza (DaD) dipende dalla natura dei corsi, dall’inventiva dei professori e dalle risorse tecnologiche di cui si dispone. Per l’Università, a differenza che per le scuole e la maturità, non sono state impartite direttive univoche, né fissati paletti entro i quali percorrere in sicurezza l’impervio sentiero della DaD. Il risultato è che molti studenti universitari si sono sentiti dimenticati, come sospesi in un’accademica incertezza.

Quello che non torna

La libertà lasciata agli atenei nella gestione dell’emergenza Coronavirus ha generato una grande disomogeneità: alcune Università sono partite con le lezioni online sin dal primo giorno di chiusura, altre settimane dopo; alcuni corsi non sono mai cominciati, altri sì, ma con programmi ridotti. La sessione estiva è a oggi decisa (sia in termini di date, che di modalità) per la maggior parte degli studenti. Eppure, nel decreto ministeriale del 26 aprile, si legge che: “Nelle università […] possono essere svolti esami […] a condizione che vi sia un’organizzazione degli spazi tale da ridurre al massimo il rischio di prossimità, e che vengano adottate misure di prevenzione e protezione”. Le notizie sono tante e discordi, e il risultato è che nessuno sa bene dove voltarsi.

Le nostre proposte per gli universitari

È chiaro che, quando si parla di Università e di didattica in presenza, non si può fare di tutta l’erba un fascio. A fare la differenza sono la facoltà, l’ampiezza del bacino di utenza, la collocazione geografica. Ciononostante, stabilire, per il periodo di criticità e per la DaD, delle linee-guida alle quali rettori e atenei possano attenersi sarebbe utile per tutti, e per noi studenti in primis. Si potrebbe partire definendo una durata standard per le singole lezioni, che, allo stato attuale delle cose, oscillano tra i venti minuti e l’ora; o un’equa distribuzione degli appelli d’esame; o, ancora, determinare fino a quando non sarà possibile studiare sui banchi, nella speranza che si possa tornare presto, sì, ma in sicurezza.
Anche gli universitari meritano risposte chiare e ufficiali, e il silenzio non è una soluzione.

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