University ARTwork: de Chirico

De Chirico è stato uno degli artisti più influenti del Novecento. Padre della Metafisica, nata nel 1924 a Ferrara, si pone in totale disaccordo con tutte le altre avanguardie storiche, e risulta così il più innovatore tra gli innovatori.

In risposta ai promotori del dinamismo, dello sperimentalismo e della rottura con ogni forma di tradizione, de Chirico riveste di modernità molti elementi classici. Si tenta così di “ritornare all’ordine” nel momento in cui si esalta il caos. Si difende l’armonia e la staticità nel momento in cui deflagra la velocità e il progresso industriale.

La Metafisica e la poetica di de Chirico

L’intento della Metafisica, nonostante l’assenza di un vero e proprio Manifesto, è quello di descrivere una realtà che valichi le apparenze. L’immobilità delle figure, spesso disumane, perché manichini, statue o ombre, suscita angoscia, inquietudine e mistero. Questa sensazione di malessere e disagio colpisce molti intellettuali del secolo scorso, poiché l’antropocentrismo ottocentesco viene messo in crisi. Ecco che la Metafisica promuove una “meta-realtà“, “oltre le cose fisiche“, in cui prevalgono le allucinazioni e i tormenti di un’intera generazione. Lo scopo di de Chirico, infatti, è proprio quello di creare opere di difficile comprensione, proprio perché la realtà stessa è altrettanto indecifrabile.

Eccoci all’aspetto metafisico delle cose. Deducendo si può concludere che ogni cosa abbia due aspetti: uno corrente, quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica.

de Chirico, Sull’Arte Metafisica, 1919

Indispensabile ricordare che la Metafisica, e tutta la produzione di de Chirico, sono figlie della filosofia di Friedrich Nietzsche. Il pensatore tedesco è stato il primo a mettere in discussione tutto il pensiero occidentale. Scrive sempre de Chirico: “Schopenhauer e Nietzsche, per primi insegnarono il profondo significato del non-senso della vita e come tale non-senso potesse venir trasmutato in arte. Anzi dovesse costituire l’intimo scheletro d’un arte veramente nuova, libera e profonda“. La grande analogia con Nietzsche, quindi, è il senso tragico dell’esistenza. Questa constatazione scatena una sensazione di malinconia poetica, che de Chirico definisce come “Stimmung“, cioè “l’atmosfera nel senso morale”.

Le muse inquietanti, un dipinto iconico

I protagonisti dell’opera sono molteplici. Apparentemente si potrebbero indicare le figure in primo piano. Ma se si osserva con attenzione, in questo dipinto primeggia Ferrara. La città-culla della Metafisica si manifesta in tutta la sua multiformità. Sullo sfondo si erge il castello estense, sulla sinistra rumoreggiano le fabbriche e tra i due edifici si scorge una torre medievale. Sulla destra, le arcate e l’intero edificio nell’ombra sono un omaggio alla classicità.

Ecco, Ferrara. Con colori netti e febbrili. Prima una corte gloriosa, prestigiosa, “quantomai metafisica” con “lembi della grande notte medievale […] con vetuste mura teatralmente e romanticamente tenebrose“. Oggi, purtroppo, ridotta ad un alveo di ricordi e vittima del progresso industriale. De Chirico ricorda Ferrara per “dei dolci e dei biscotti dalle forme oltremodo metafisiche“, e la scatola colorata in primo piano ne è la prova.

Lo spazio, però, assume come sempre un significato simbolico. Potremmo dire, “metafisico“. Non è il tramonto del giorno, ma si assiste al tramonto di un’intera civiltà. Questa è la fine di una cultura, il “crepuscolo” di nietzscheana memoria. Infatti, le due muse non sono più armoniche, come le Grazie del Canova. Bensì subiscono il periodo storico in cui vivono, e diventano “inquietanti“. Quella in piedi ha una testa sartoriale, un busto nerboruto e il corpo di colonna dorica; quella seduta ricorda quasi una donna picassiana, come se fosse di stoffa piuttosto che di pietra.

L'inquietudine di questi soggetti è l'emblema della poetica di de Chirico. Il tutto viene esasperato dai colori febbrili e netti, che riproducono Ferrara.
G. de Chirico, Le muse inquietanti, 1918, Monaco

Ettore e Andromaca, l’amore per la grecità

De Chirico, in affinità con le sue radici greche, sceglie un episodio dell’Iliade di Omero. Ma in una versione completamente moderna. La scena allude all’ultimo abbraccio dell’eroe troiano Ettore alla moglie Andromaca prima di sfidarsi in battaglia con il greco Achille.

I personaggi sono i consueti manichini, privi di volto o di elementi antropomorfi. Ma quello che li rende più che umani è il sentimento palpitante che traspare dai loro corpi. I colori sono violenti, prorompenti, quasi puri, volti alla manifestazione di un amore che non cessa di esistere. Senza braccia, questo dipinto è l’emblema dell’abbraccio.

Ferrara, come sempre, accoglie i pensieri di de Chirico. Gli edifici proteggono l’ultimo atto d’amore e ne diventano custodi.

Nonostante siano assenti gli elementi umani, sia fisici che estetici, questo dipinto esalta l'amore. I manichini sono palpitanti e pare stiano vivendo il sentimento amoroso come se fossero vivi.
G. de Chirico, Ettore e Andromaca, 1917, Roma

Il trovatore, un soggetto caro a de Chirico

Questo è uno dei tanti dipinti di de Chirico aventi come soggetto un poeta. Sì, lo so, potrà sembrare assurdo, ma il personaggio proposto è un trovatore provenzale, cioè un poeta medievale.

Sempre riconoscente nei confronti di Nietzsche, il pittore si rifà all’opera del filosofo La gaia scienza, definizione che gli stessi trovatori davano della poesia. Perché la poesia, però, è “gaia scienza”? Nietzsche scrive in Al di là del bene e del male: “L’amore come passione è la nostra specialità europea e ha senz’altro origine dalla nobiltà. La sua scoperta spetta ai poeti-cavalieri provenzali, a quegli splendidi ingegnosi uomini del ‘gai saber’ cui l’Europa deve tante cose e quasi se stessa“.

Questo manichino è sempre accolto da Ferrara (palazzo rinascimentale a sinistra, torre medievale a destra). Ma la sua carica simbolica sta nelle vesti e negli elementi che lo plasmano. I trovatori vedevano nella poesia una scienza esatta: ecco la motivazione per cui vi sono gli strumenti della geometria e della matematica, come squadre e righelli.

La poesia è comunque degno di lode, in quanto il trovatore è su un piedistallo, ma ormai è senza volto. Perché nel Novecento si inizia a mercificare ogni atto umano, pur di sottostare ai dettami del profitto. La poesia viene proposta, dunque, come una reliquia straordinaria, che tuttora scintilla nella piazza ferrarese, ma non ha più il riconoscimento del passato.

La poesia come "gaia scienza", cioè disciplina esatta da custodire e proteggere. Il poeta è un faro, tanto da essere posto su un piedistallo in una Ferrara accogliente.
G. de Chirico, Il trovatore, 1917, Roma

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