University Network risponde con: Demetrio Albertini

Manlio Adone Pistolesi

Per la rubrica University Network risponde con, la redazione ha ospitato Demetrio Albertini. Mercoledì 26 marzo Albertini, intervistato in diretta su Instagram da Gianluca Daluiso, ha risposto ad alcune domande sulle conseguenze dell’epidemia di COVID-19 nel mondo calcistico. Dopo essersi laureato campione d’Italia e d’Europa e aver appeso gli scarpini al chiodo, Albertini è rimasto legato al mondo del calcio, ma indossando le vesti del dirigente. Attualmente ricopre il ruolo di Presidente del settore tecnico per la FIGC ed è CEO di Dema4 Agency.

Il futuro della Serie A: Albertini risponde

Quando ricomincerà il campionato? 

Siamo stati il primo Paese a dover affrontare l’epidemia in Europa. Oggi non si può scartare alcuna ipotesi, ma bisogna essere preparati alla fase due, nell’eventualità di uscirne prima, cioè inizio o fine maggio. Tra le ipotesi: congelare la classifica (serie A a 22 squadre) e coordinarsi con l’Europa. Il mondo del calcio costituisce l’1,7% del PIL italiano. Si parla solo dello stipendio del calciatore, sicuramente elevato, ma ci sono gli hotel, i trasporti, le società di servizio che orbitano intorno al mondo calcistico.  

Come mai c’è stata questa difficoltà nel bloccare il campionato? 

Perché all’inizio la comunicazione non è stata così netta. La classe politica dava ancora dei messaggi tranquillizzanti, anche perché non avevamo una case history vicina al mondo occidentale, mentre gli altri Paesi hanno quella italiana. Anche il calcio non è un mondo a parte. In quel momento nessuno di noi si aspettava quello che sarebbe successo, e il ritardo dipende anche dalle titubanze politiche.

È stato un errore far giocare Atalanta-Valencia?

Io mi sono trovato in una situazione simile con la Champions League dei giovani. L’Inter e l’Atalanta dovevano essere ospitate a Coverciano, di cui sono Presidente. L’Inter aveva deciso di non mandare i suoi calciatori e si è usciti solo per giocare. Però la UEFA cercava di portare avanti tutte le sue competizioni, perché non si conosceva ancora l’impatto globale che l’epidemia avrebbe avuto. Anche la comunità scientifica forniva pareri contrastanti. Oggi con il senno di poi avremmo dovuto chiudere tutto. 

Non si rischia di falsare l’edizione presente e futura del campionato, come anche le competizioni europee? 

Nessuna decisione può accontentare tutti. Oggi la priorità è la salute. Io ho conoscenti che sono stati intubati in ospedale, ma che ce l’hanno fatta, mentre chi era in stanza con loro no. Dobbiamo pensare in termini straordinari. 

Con la serie A riprenderanno anche i campionati minori?

La logica che la FIGC segue è aperta a ogni possibilità. Personalmente li fermerei, ma non bloccherei l’attività sportiva. Per le categorie dilettantistiche andremo di pari passo, dipende dalla decisione della Lega di serie A. 

La FIGC può far di più per i settori giovanili?

Essi sono l’emanazione delle squadre sul territorio. Credo che la Federazione debba fare qualcosa di più e stiamo cercando di farlo. È un’autocritica perché bisogna dare un servizio migliore ai nuovi tecnici, agli allenatori e soprattutto costruire dei buoni calciatori, che dovranno essere dei buoni uomini. Il calcio, lo sport, possiede i valori fondamentali per la società. Il mio obiettivo è questo: creare buoni calciatori e uomini. Per essere un grande calciatore devi avere anche la testa.

Quante volte i nostri genitori come punizione ci hanno detto: “Non ti mando a fare calcio…”, secondo me è sbagliato. Il ragazzo deve decidere quando deve andare, perché credo che lo sport sia fondamentale anche a livello psichico. A volte si baratta la punizione con lo sport, è una cosa sbagliata. Nel 2011 ho fatto il relatore a livello comunitario dello sviluppo europeo dello sport. Dopo 8 mesi abbiamo scoperto che gli altri sono più avanti, perché in Italia l’organizzazione è carente a ogni livello.

Come faranno le società più piccole senza incassi e introiti, falliranno?

Sarà tra i temi del giorno di domani (ndr. il 26 marzo si è tenuta una riunione informale dei maggiori dirigenti della FIGC).

La passione per lo sport e il calciatore

Quanto influisce a livello psicologico non praticare lo sport di cui si è appassionati?

Lo sport è passione. È un’attività trasversale poiché regala non solo benessere fisico, ma anche sociale. Per questo credo che la cosa che manchi di più sia la socialità, il contatto umano. E per fortuna che abbiamo il web con il quale compensare. 

In questa tragedia una piccolissima nota positiva: possiamo apprezzare ciò che abbiamo e ciò di cui siamo privati.

Dobbiamo pensare che stiamo vivendo un momento straordinario e perciò dobbiamo trovare l’entusiasmo per affrontarlo e, insieme, risolverlo. Al contempo queso ci permette di apprezzare ciò che manca.

Cosa si prova a giocare una finale di Champions League?

Quella vinta o persa? [ride]. Quando si diventa dirigente si cerca di sintetizzare le proprie esperienze per poter trasferirle alle nuove generazioni. Il calcio si divide in belle esperienze e vittorie, decidete voi che raccontare. Ho perso tantissime finali, quindi altrettante belle esperienze. Ma le vittorie e le soddisfazioni non mi sono mancate. 

Gianni Mura [giornalista sportivo scomparso il 21 marzo] diceva: “Con tutti i difetti che ha lo sport, ha anche un grande pregio. Non si può apparire, ma devi essere, è sostanza. Ti confronti con gli avversari e sai se qualcuno è stato migliore di te. Quello che ottieni è ciò che hai maturato dalla tua preparazione”.

Come dirigente e l’evoluzione del calcio

Molte persone apprezzano non solo l’Albertini calciatore, ma anche l’Albertini dirigente.

È una cosa che riscontro spesso. Oggi è molto bello andare in giro per strada, non sono più tecnicamente legato al Milan, quindi ricevo soltanto complimenti. Spesso anche tifosi di altre squadre mi concedono delle belle parole, questo perché penso di aver regalato un senso di appartenenza ai milanisti, che molti altri desiderano. Poi ho fatto anche un altro percorso, politico, e per me la politica è donarsi. 

In quale giocatore ti rivedi?

È una sfiga per tutti il paragone. Mi dicevano che ero il nuovo Gianni Rivera. Mi rivedo in Locatelli. Invece come ruolo in Tonali. 

Era impensabile un mondiale senza l’Italia. Come hai vissuto l’ultimo?

Vissuto e visto poco. Basta pensare quanta poca socialità ha portato. L’ho seguito in maniera molto distratta. È arrivato in un momento molto diverso per i ragazzi, non più attaccati alla passionalità.

Il mezzo attraverso il quale seguire il calcio ha influito sulla sua ricezione?

Racconto un aneddoto. Una volta dopo esser uscito di casa ho preso il taxi. Il tassista mi fa “Una volta giocavo mi sono infortunato al ginocchio e ho smesso, ma ero fortissimo”. Dopo qualche tempo lo incontro e mi chiede: “È meglio Sacchi o Capello? A zona o a uomo? ecc…”. Qualche tempo più tardi: “Lo vendiamo Donnarumma?”. Cosa è cambiato nel mondo del calcio? La parte tecnica, ora tutto è calciomercato. 

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